
Vita di campagna e gestione dei cambiamenti. Giornate lunghissime d’estate in campagna, tra solleone e temporali improvvisi che, almeno allora, sembravano tutto in natura. Dall’alba al tramonto, e a volte anche oltre. Quando nelle corti di campagna, nelle e cascine o nei poderi, nelle masserie o nelle fattorie, a seconda di come si chiamano in base alle latitudini italiane, si gestivano con razionalità e tradizione, con lavoro e lunghe pause, le ondate di calore e il freddo polare. Le variazioni climatiche e meteorologiche hanno sempre influenzato la vita di campagna ma gli operatori della campagna hanno sempre, o , sempre trovato il modo di attutire, adeguare, gestire. A patto di esserci. Il nemico più grande della gestione equilibrata del territorio è lo spopolamento, l’abbandono. Stare e lavorare nei campi vuol dire vivere il cambiamento stagionale ed epocale. E gestirlo. Chi in paese andava al bar dopo le nove della sera sentiva che era ancora al lavoro l’amico contadino in ”sella” al trattore, sempre per campi a sbrigare le ultime incombenze della giornata: raccogliere botole, ranghinare laddove necessario, posizionare tubi da irrigazione. Perché è vero che in campagna non si è mai finito di fare qualcosa, ma d’estate ancora di più.

Ricordo quelle volte che la casa al centro della corte era animata dalla mattina alle sei sino alla sera fin dopo le 10. Col caldo della prima notte che avvolge fossi e prati. Non si usava dire le 22 in campagna ma dieci di sera. In campagna non c’erano orari da salotto salvo qualche veloce filòs, oppure le ore della televisione, ma c’era sempre da fare qualcosa: chi sull’aia, chi nell’orto, chi nel giardino, chi nella stalla, chi nel fienile, chi sotto il portico, chi nel pollaio e sotto le “purtghine”. Giravi l’angolo e c’era sempre qualcuno, il nonno, lo zio, un bracciante, un collaboratore, o qualcuna tipo la nonna, la zia, la cugina, una collaboratrice, che faceva qualcosa: magica atmosfera della corte agricola di quegli anni. I tempi della campagna d’estate sono tutti particolari, dalla colazione al dopo cena; la giornata del sole della luce era (è) lunga ore e ore e si dipana tra la casa e la corte, l’aia e i campi, l’orto e la stalla. E per le signore tante incombenze nella grande casa di stanze e stanzone, con stufa e camino, e giù in cantina dove spesso al posto del pavimento c’era terra pestata. Comincia sicuramente attorno alle sei del mattino quando bisogna mungere perché poi passa il camion del latte inesorabile a raccogliere il latte munto. Poi la colazione dalle 7:00 alle 7:30 in poi che diventa un’occasione di incontro e confronto (si direbbe oggi) per chi deve andare nei campi chi deve andare al mercato chi deve andare a fare compere o a vendere. La colazione fatta non solo di caffelatte e pane e magari abbrustolito sulla stufa o nel forno ma anche di polenta che è rimasta dalla cena della sera prima e dalle fette di frittata che la nonna ha fatto, magari con le cipolle. Perché la colazione del mattino in campagna è quasi un pranzo, una tradizione e un bisogno che anticipava i consigli dei nutrizionisti attuali: abbondante colazione! Il nonno prendeva la motosega e cominciava andare a segare i prati e poi la nonna cominciava a tirar fuori le uova, il mattarello e la farina e faceva le tagliatelle di giornata. Perché in campagna le tagliatelle sono sempre di giornata. Arrivavano anche quelli che facevano lavori straordinari come ai tempi della mietitura poi i tempi della raccolta di bietole o patate e allora la casa diventava un albergo e a tavola ci si trovava in 15 o 20 persone con le tagliatelle di giornata, fatte dalla nonna e quel mestolone pieno di fagioli e salsicce che serviva per le tagliatelle. Il pranzo poteva durare anche un’ora e poi attorno alle due e mezza – tre, fase primo pomeriggio, la casa si svuotava e si andava a fare la gabanella, ovvero la pennichella, molto opportuna in campagna per le persone che si erano alzate la mattina alle 5:30/6 avevano bisogno del ristoro del pomeriggio, anche perché col solleone era difficile anche allora andare in campagna e anche se non c’erano le misure legali di astinenza dal lavoro per le temperature elevate, c’era tuttavia buon senso e in campagna si sospendeva ogni attività tra le due e le 4 e mezza del pomeriggio. Era meglio aspettare per andare nei campi e la corte in quella fase del pomeriggio si addormentava si sentivano solo le mucche che muggivano e il rumore soffuso delle zampe di una gallina impertinente che cercava di entrare dall’uscio di casa. Si sentiva che i bambini non erano avvezzi alla gabanella e giocavano in cameretta o in cantina con giocattoli di una volta o con gli arnesi che potevano essere trasformati in giochi d’infanzia, non senza un qualche pericolo. Alle cinque era già tutto un lavoro in ogni angolo: dalla stalla uscivano i bidoni di latte che dovevano essere raccolti dal “camion del latte della sera”, che passava tra le sei e le sei e mezza, salvo complicazioni. Un trattore con carro tornava dalla campagna per scaricare botole, un altro trattore portava foraggio per l’alimentazione quotidiana delle bovine che erano lì ai finestroni pronte al pasto. Dall’altra parte della corte le donne sorvegliavano due tacchini ribelli, che non era la prima volta che andavano in strada e rischiavano di perdersi, per fortuna c’era il corteo degli altri animali da cortile tra galli, anatre, galline e faraone che faceva da baluardo e sentiero tracciato. Anche il mondo animale ha le proprie forme di addestramento e insegnamento, diceva la nonna. C’era una specie di transumanza, in piccole dosi e in forma minore, tra il pollaio e il cortile esterno dove una quarantina di bipedi si incamminavano verso la meta, al suono del richiamo delle addette al corteo, tipo “ninì-ninì”, “saché-sachè”, che non ho mai capito alla fine cosa volessero dire, ma forse non volevano dire proprio niente e davano solo un indirizzo musicale. Galline e anatre, faraone e tacchini ribelli sembravano danzare al suono di quelle note che nonna e zie sapevano intonare, come ad un festival tutto rurale. E s’erano fatte le sette di sera. Ed era il momento di pensare alla cena per dieci, quindici persone. Le uova erano sempre una soluzione, e anche i prodotti dell’orto erano lì pronti per i vari desinari: padellate di uova fritte che sembrava di dover sfamare un esercito, e poi al “suchèl rustì” che era così profumato e buono da essere ricordato per mesi e anni. In mezzo zuppiere di insalatone, come le chiameremmo oggi. E magari compariva qualche fetta di cotechino portato dalle Grazie. Alla bisogna c’era sempre un salame tagliato o da tagliare e la sera molti al posto della minestra mangiavano il latte con il pane o la polenta. Era una mensa aperta perché c’era chi arrivava alle otto ma il nonno e gli zii che tornavano dalla campagna si sedevano a tavola quando Carosello aveva già mandato a letto i bambini. Le razdore liberavano la tavola dopo le dieci di sera perché in campagna non si usava dire le 22, ma sempre quell’ora era, ora tarda. Un’occhiata al giornale per vedere la pagina dei morti e dieci minuti di televisione per le ultime del telegiornale (unico) e poi, con una scodella bianca di acqua e ghiaccio da mettere sul comodino, via verso le camere da letto di quella casa al centro della corte che aveva tutta l’aria di un albergo della campagna contadina. Perché la notte arrivava e subito dopo arrivava pure un’altra giornata, calda o fredda, di ore e lavori, come riti.
Fabrizio Binacchi

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