
Nel silenzio complice dell’Occidente, che finge di non vedere il cappio appeso alla gru e il velo nero che soffoca le donne di Teheran, Donald Trump ha rotto gli indugi con una delle sue frasi brutali, taglienti, prive di quel felpato cerimoniale diplomatico che io ho sempre disprezzato. “Nessuna fretta di riprendere le trattative con l’Iran”, ha scandito l’ex inquilino della Casa Bianca, aggiungendo un dettaglio che suona come una sferzata di gelido realismo: “Khamenei è vivo”.
Ecco la verità nuda, gettata in faccia ai burocrati di Washington e alle cancellerie europee, sempre pronte a prostrarsi pur di firmare un pezzo di carta con i tiranni. Trump, piaccia o no, ha toccato il nervo scoperto della modernità: l’illusione che si possa negoziare con la teocrazia, che si possa scendere a patti con l’infamia di un regime che ha trasformato la fede in un tribunale di sangue.
Khamenei è vivo, sì. È vivo il vecchio despota protetto dalle sue guardie della rivoluzione, abbarbicato a un potere medievale mentre il suo popolo scende in piazza a farsi sparare negli occhi per un briciolo di libertà. E trattare con lui, oggi, che fretta c’è? Che senso ha sedersi al tavolo con chi considera il compromesso una debolezza e l’accordo un paravento per costruire l’atomica?
La provocazione di Trump è un raro barlume di lucidità in un mare di ipocrisia. Ci dice che il tempo non è una variabile dei diplomatici, ma dei tiranni che invecchiano nei loro palazzi di specchi, mentre fuori il mondo reale soffre. Non c’è fretta di legittimare il boia di Teheran. Non c’è fretta di stringere mani macchiate di sangue, finché quel vecchio è ancora vivo a guidare la danza della morte.
L’Occidente non capisce, o finge di non capire, perché ha smarrito l’orgoglio della propria libertà. Preferisce la diplomazia dei vigliacchi, il commercio dei mercanti, le buone maniere di chi scambia la sopravvivenza con la dignità. Si scandalizza per i modi rozzi di Trump, ma non per le forche di Teheran.
Ma la storia non si fa con i salamelecchi dei diplomatici. Si fa con la forza della realtà. E la realtà è che finché quel vecchio despota è vivo, finché la teocrazia impone il suo regno di terrore e di pietra, ogni accordo è un tradimento. È un insulto ai ragazzi che muoiono nelle strade di Teheran, alle donne che sfidano i proiettili per un millimetro di capelli scoperti.
Non c’è fretta, no. Non può esserci fretta di stringere la mano al boia. Perché se impariamo a convivere con il mostro, se accettiamo il compromesso con l’infamia in nome del petrolio o della stabilità, allora il mostro ha già vinto. E noi avremo perso l’unica cosa che ci rende uomini: il coraggio di dire di no.
Giuseppe Basilico

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