
Più che un accordo mancato, una rottura in piena regola. Dopo settimane di negoziati, le trattative commerciali tra Washington e Ottawa sono collassate, e nel giro di quattro giorni le due economie più integrate del Nord America si sono imposte dazi per quasi 50 miliardi di dollari complessivi. Il primo ministro canadese Mark Carney ha annunciato la sospensione delle trattative accusando i negoziatori statunitensi di aver introdotto all’ultimo minuto condizioni “ingiuste, antieconomiche” che “mettevano in discussione l’affidabilità di qualsiasi accordo”. Washington ha risposto imponendo tariffe al 50% su circa 28 miliardi di dollari di merci canadesi con effetto immediato; Ottawa ha replicato con dazi in vigore dall’8 settembre, dal 15% al 50% su 700 prodotti statunitensi, per un controvalore vicino ai 20 miliardi di dollari. Nel mezzo, scambi al vetriolo in cui Donald Trump ha minacciato di ribattezzare il lago Ontario “Lago America” e ha promesso, dal primo gennaio 2027, di portare al 50% anche i dazi sulle auto e l’acciaio canadesi, oggi al 25%. È la prima volta che un alleato storico di Washington risponde colpo su colpo al presidente americano invece di cercare un compromesso: una scelta che dice più della vicenda commerciale in sé, e che arriva a meno di tre mesi dalle elezioni di midterm.

Perché è saltato tutto?
Nessuno a Ottawa si aspettava un accordo equo con gli Stati Uniti. Molti degli accordi sin qui siglati dalla seconda amministrazione Trump sono profondamente sbilanciati, con Washington che estorce all’altra parte l’impegno ad acquistare beni americani. Il Canada era pronto ad accettare tariffe su automobili, acciaio, alluminio e legname pur di conservare l’accesso al mercato Usa di cui gode da decenni. Ma qualcosa è andato storto. Secondo la versione canadese, a far saltare il tavolo, sono state richieste dell’ultimo minuto giudicate lesive della sovranità nazionale: un diritto di veto statunitense sugli accordi commerciali futuri e pressioni per allentare le tutele della lingua francese, in particolare sui contenuti dello streaming e l’etichettatura bilingue dei prodotti, una delle politiche commerciali più longeve della storia canadese. Su questo punto le due parti raccontano versioni opposte: Carney ha parlato di un tema “non negoziabile” che intaccava la sovranità canadese mentre il rappresentante commerciale Usa Jamieson Greer lo ha liquidato come “una storia inventata” per raccogliere consensi. Resta un fatto: “Hanno chiesto troppo e offerto troppo poco” ha sintetizzato Carney annunciando lo stop alle trattative. Tuttavia le stime prevedono che le tariffe Usa possano mettere a rischio fino a 90mila posti di lavoro, motivo per cui il governo canadese ha stanziato un pacchetto da 7,5 miliardi (circa 5,4 miliardi di dollari statunitensi) per sostenere le imprese e sussidi di disoccupazione, che si somma ai quasi 25 miliardi già erogati dall’inizio della disputa.
Carney rompe le righe?
Non è la prima vola che Carney entra in rotta di collisione con Trump. Al Forum di Davos, lo scorso gennaio, il primo ministro canadese si era distinto per aver strigliato le “medie potenze” del mondo esortandole ad allearsi contro un ordine basato sulla legge del più forte in cui “se non sei seduto al tavolo, sei sul menu”. Stavolta Carney è andato oltre, definendo gli Stati Uniti una potenza ostile, una minaccia al Canada e all’economia mondiale. “Sei in guerra quando vieni attaccato, e noi siamo stati attaccati” ha detto. “Ci siamo resi conto fin dall’inizio che l’America è cambiata e che non torneremo al nostro vecchio rapporto” ha spiegato. Il Primo Ministro canadese ha fatto ciò che, fino ad ora, solo avversari degli Stati Uniti come la Cina, o paesi del Sud del mondo come il Brasile, avevano fatto: opporsi ai diktat del presidente americano. Nessun alleato di Washington aveva osato tanto. La discrepanza con l’Unione europea è netta. L’accordo commerciale siglato lo scorso anno da Ursula von der Leyen a Turnberry in Scozia, che fissa al 15% i dazi sulla maggior parte delle esportazioni europee, è visto da molti in Europa come l’emblema di una remissività che non paga. Carney, al contrario, ha scelto la strada dello scontro pur partendo da una posizione relativamente più favorevole – l’aliquota media effettiva sulle merci canadesi resta infatti sensibilmente più bassa di quella europea – e pur sapendo che in un braccio di ferro diretto con Washington sul piano economico il Canada non ha modo di prevalere.
Una scommessa sul calendario?
Se la vittoria economica è fuori portata, l’elemento a favore di Carney è il tempismo. Con l’avvicinarsi elle elezioni di midterm e l’inflazione che morde, l’escalation con Ottawa non poteva arrivare in un momento peggiore per i repubblicani che si ritrovano il compito ingrato di difendere una guerra commerciale estremamente impopolare. Per Ottawa può anche significare calibrare i dazi per colpire le aree con seggi repubblicani vulnerabili alla Camera e al Senato, come Ohio, Michigan e Maine. I candidati democratici in questi stati si stanno già affrettando ad attaccare i repubblicani in carica per il loro sostegno alla guerra commerciale di Trump. I governi stranieri sono perfettamente consapevoli di questi problemi economici e del ruolo che giocheranno nelle prossime elezioni di medio termine. Come sostiene lo studioso americano di politica estera Paul Musgrave, ciò incoraggi gli avversari ad usare il tempo come arma contro gli Stati Uniti. Per l’Iran, questo potrebbe significare mantenere alti i prezzi del petrolio per punire i repubblicani alle elezioni di medio termine. Per il Canada, invece, lasciare a Washington l’onere di quella stessa impopolarità. È in quest’ottica che va letta la mossa di Carney il cui punto non è vincere la guerra economica ma infliggere abbastanza danni per renderne più oneroso il prezzo politico.
Il commento
Di Matteo Villa, Head, Policy Lab ISPI
“Alla fine il Canada ha deciso di andare allo scontro (commerciale) con gli Stati Uniti, e lo fa soprattutto per lanciare un messaggio: con i bulli non si negozia. Da un lato, Mark Carney corre davvero di un rischio: anche se il costo diretto dei dazi lo pagano soprattutto imprese e consumatori americani, la riduzione delle esportazioni canadesi ricadrà inevitabilmente su Ottawa, che essendo un’economia più piccola e aperta ne risente di più. D’altro canto, questo rischio resta relativamente contenuto. Al di là dei proclami e dei numeri roboanti i nuovi dazi americani si applicano a un numero molto ristretto di beni canadesi (e viceversa). Così, alla fine il dazio effettivo medio applicato dagli USA al Canada dopo questa nuova escalation passerà dal 3% al 5,5%: comunque inferiore all’8% applicato dagli USA ai beni che arrivano dall’UE, e ancora lontanissimo dal 22% imposto alla Cina.”
Alessia De Luca

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