
Corpi devastati, donne stuprate, sventrate bruciate col loro bambino, uomini evirati. E ovunque mani e piedi mozzati, segni di torture, volti resi irriconoscibili, con oltre 600 vittime difficili da identificare. Per gli eterni pacifisti ecco cosa resta davvero del massacro di Hamas.
Molte sono state identificate, ma centinaia delle oltre 1400 vittime israeliane trucidate da Hamas il 7 ottobre sono ancora senza un nome, a causa della brutalità bestiale con cui i corpi sono stati volutamente devastati fino a renderli irriconoscibili.
In questi giorni i fan della causa palestinese e gli eterni equidistanti tra Israele e il terrore partecipano a fiaccolate della pace più o meno religiose. Ma per rendersi davvero conto dell’accaduto dovrebbero leggere i dettagli di uno dei primi terrificanti reportage dalla base militare di Shura, nel centro del paese, l’obitorio temporaneo dove i cadaveri, o quel che ne resta, sono stati concentrati per il riconoscimento.
Quindici container metallici bianchi, scrive l’inviato di Le Parisienne Vincent Gautronneau, ospitano un numero impressionante di corpi, o parti di corpi, di soldati e civili che aspettano di essere esaminati dagli specialisti. E intanto centinaia di famigliari bivaccano ai margini, in attesa febbrile di notizie: di un padre, una madre, un figlio, una figlia. Le opzioni sono solo due: o gli scomparsi riposano qui, oppure sono ostaggio di Hamas.
Nonostante i tanti volontari, l’identificazione richiede tempo. Il compito è gigantesco. “In totale abbiamo ricevuto quasi 1.300 corpi”, spiega il rabbino Iam Wiesberg con la rabbia fredda accumulata dopo la scoperta delle atrocità di Hamas. Sono già state identificate più di 800 persone, ma resta ancora molto lavoro. E’ una missione molto complicata. Orrori simili non li vedevamo dai tempi del nazismo I terroristi non volevano solo uccidere. Volevano contaminare, umiliare, massacrare. Soldati, donne, bambini sono stati volontariamente mutilati e bruciati anche vivi”.
Abusi che hanno reso irriconoscibili molti corpi. “Per l’identificazione bastano il viso, le impronte digitali o anche i denti”, ricorda, faticando a trattenere le lacrime, la dottoressa Shir. E’ la dentista dell’esercito assegnata alla base di Shura: “Ma qui”, continua, “ abbiamo donne che non hanno più un volto. Donne cui hanno sparato più volte alla testa solo per sfigurarle. Quei barbari hanno fatto a pezzi i corpi, mozzato le mani e sparato così tante volte in faccia che non è rimasto più nulla?”
Il DNA rimane quindi l’unica risorsa. Sotto una tenda bianca illuminata da un enorme faro, i medici lavorano per estrarlo. Le famiglie dei dispersi collaborano dando la propria impronta genetica per il confronto con quella dei defunti. “Ci vuole tempo” afferma Sherry, un architetto di Gerusalemme accorso a Shura come volontario, “Tutte le madri riusciranno però a ritrovare i propri figli. Quei mostri non hanno ucciso i soldati, hanno trucidato anche le ragazze che si erano fatte belle per andare alla festa nel deserto”.
“Non era una guerra”, insiste il rabbino Wiesberg, “Era barbarie”. Ed elenca a voce alta le atrocità che lui e la sua équipe hanno scoperto. A una donna incinta i terroristi hanno aperto lo stomaco per estrarre il feto. A una madre hanno bruciato il corpo, di cui non è rimasto quasi nulla. “Quando l’abbiamo scannerizzato, abbiamo scoperto che teneva vicino a sé il suo bambino”. Poi donne donne trovate nude, vittime di stupro prima di essere ammazzate. O gli uomini “cui sono state tagliate le mani, i piedi, la lingua, i genitali”. Dettagli terrificanti che spiegano in parte perché la maggioranza degli israeliani è favorevole a una risposta violenta dello Stato ebraico nella Striscia di Gaza.
“Gli orrori sono lì, davanti ai nostri occhi. Dobbiamo per forza distruggere Hamas”, tuona il rabbino, mentre un aereo da caccia sorvola la base. “È essenziale documentare questi crimini atroci affinché la gente comprenda ciò che le vittime hanno sofferto. I terroristi possono dire quello che vogliono, gli orrori sono lì, davanti ai nostri occhi”.
Per dimostrare che non sono parole vuote, Wiesberg apre due container. Un violento odore di morte afferra le viscere e attanaglia la gola. Anche i soldati che da due settimane stanno convivendo con il tanfo della putrefazione si coprono il volto con una maschera. In uno decine di corpi, per il momento tutti anonimi, appaiono allineati in sudari immacolati. Nell’altro i sacchi sono più piccoli. Contengono parti di corpi: “Mani, braccia, pezzi di cranio”, elenca il rabbino.
Mercoledì notte settantatré di questi resti umani sono stati riportati a Shura dall’organizzazione Zaka, che dal 7 ottobre perlustra i luoghi dei massacri. “Nella religione ebraica, spiega Mendy Habib, uno dei leader, “ il defunto deve essere sepolto con tutto il corpo. Certe zone, come la strada che porta a Gaza, non hanno ancora potuto essere esplorate, ma nell’area del festival musicale o nei kibbutz aggrediti, continuiamo a trovare mani, piedi, armi…”
Solo quando tutte avranno un nome e saranno ricomposte le vittime del 7 ottobre potranno riposare in pace. Ma i vivi non dimenticheranno. “E mentre usciamo da questo luogo di morte”, conclude Gautronneau, “si impone una domanda: riuscirà Israele a pensare alla pace dopo un simile shock?”.
Riccardo Catola

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