Rischio di morte è il nascimento scriveva Leopardi ed è una pura logica verità. Solo per il fatto che si nasce subito dopo c’è il rischio che si possa morire.
Rischio di tutto e rischio quotidiano di morire nel traffico e in coda in città e in autostrada. Per un tir che ti piomba addosso e per un ponte, provvisorio, che ti schiaccia proprio in quel secondo in cui passi in quei cento metri di una autostrada lunga 743 chilometri. Noi che nel traffico rischiamo di tutto.
Dalle buche che sono voragini improvvise, alle banchine che cedono al solo sfioramento di pneumatico, alle rotonde giganti fatte per accelerare flusso e deflusso e che invece diventano giganteschi garage nelle ore di punta.
L’altro giorno all’Eur, Roma, dove gli spazi non mancano eravamo tutti fermi e in coda attorno al Palalottomatica perchè oltre al rientro serale una bisarca aveva pensato bene di sfiorare una smart nel centro di una corsia della rotondona e diecimila persone erano bloccate lì attorno. Basta poco, basta un nulla, basta un cedimento e una disattenzione, basta uno specchietto storto e una manovra improvvisa e tutto si blocca.
E’ che siamo tanti e tutti in giro più o meno alle stesse ore. Tutti in coda tra Prato e Firenze dove Peretola più che un aeroporto sembra un sogno da raggiungere, tutti in fila tra Pero e Cormano, città mai così famose come nei bollettini del traffico. pme La punta appunto. Noi che nel traffico ci pare pure normale pensare e sognare, immaginare e cantare. Noi che passiamo tra le due e le quattro ore tra code e semafori, tra rotonde impossibili e ingorghi improvvisi pensando, con molta invidia, a chi può andare a lavorare a piedi e non deve fare nemmeno un semaforo. Noi che ci stiamo abituando a stare in auto perché tanto non si può fare altrimenti e allora le auto sono diventate multimediali perché tanto dobbiamo stare lì.
Radio e musica sono come preistoria adesso tra connessioni e navigazioni possiamo interagire col mondo e fare cose altre nella compatibilità con la guida di un automezzo, e a molti non sembra nemmeno di stare in auto. Ma la domanda è: è vera vita?
Auto sostitutiva di una amicizia, auto surrogante un intrattenimento perché tanto lo sai quelle ore devono essere passate lì. I produttori di auto fanno di tutto per alleviarci la fatica e la noia, ci fanno sentire anche in spazi moderni e confortevoli oppure in uno shuttle ma fuori , là fuori, è tutta un’altra storia. Là fuori ci sono ponti che crollano sulla testa degli automobilisti, buche che inghiottono pneumatici e ruote, e trastullano cerchioni e lombi, cantieri e transenne che allungano e perpetuano disagi e blocchi, restringimenti e deviazioni che fanno di ogni chilometro una tortura.
Ansia da trasferimento che diventa trauma nell’ora di punta o nella crisi di un incidente. Noi che nelle ore di traffico vagheggiamo le ore di vacanza, in montagna o al mare. Peccato che, siccome ci muoviamo tutti insieme anche per andare in vacanza, ci troviamo nelle stesse code che volevamo dimenticare in città. Ah dì!
E’ che facciamo più o meno tutti quasi tutto nelle stesse ore e giorni. Tante intelligenze artificiali ricercano la perfezione organizzativa e la domotica globale, ma non abbiamo ancora imboccato la strada della ricerca di un traffico intelligente. Che non può essere lasciato solo evidentemente alle nostre grandi ma sempre umane intelligenze. Che alla fine è un problema di persone che dovrebbero pensare diversamente, in maniera divergente, da pensiero laterale, per non rimanere in coda nella modernità della vita.
Pensierino finale: “Siamo pochi chiese” un direttore di giornale al suo vice non vedendo redattori alle 11 del mattino. E quest’ultimo rispose “direttò non semo pochi è che semo mal assortiti”. Come nel traffico.
Fabrizio Binacchi (con Voce di Mantova)

Lascia un commento