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Nel nome di Giuliano Vassalli

Nel nome di Giuliano Vassalli, simbolo di una giustizia equa e di una politica al servizio dello Stato, si è sostenuta una riforma che mirava a rendere il sistema più trasparente ed equilibrato. La sua bocciatura non rappresenta solo una sconfitta politica, ma il segno di una democrazia ancora fragile, dominata da polarizzazione, paure e semplificazioni. Il confronto sul merito è stato sopraffatto da logiche contrapposte, mentre emerge il rischio di una magistratura percepita come parte del conflitto. Resta così l’amarezza per un’occasione perduta e la consapevolezza che il vero nodo non è la riforma mancata, ma la difficoltà del Paese ad affrontare con maturità il tema della giustizia e del cambiamento.

di Francesco Carbini | 27 Marzo 2026

L’occasione perduta di una riforma e il disagio di una democrazia immatura
Abbiamo lottato fino alla fine, nel nome di Giuliano Vassalli — partigiano, socialista, Ministro di Grazia e Giustizia, padre del codice di procedura penale. Una figura che incarna l’idea di uno Stato giusto e di una politica intesa come servizio, non come dominio. In suo nome abbiamo sostenuto una riforma che, pur con i suoi difetti, rappresentava la prosecuzione coerente di un percorso cominciato con la scelta del processo accusatorio: un cammino verso una giustizia più trasparente, più equilibrata, più vicina ai principi democratici della responsabilità e del contraddittorio.
Non è bastato.
La riforma è stata respinta, e con essa si è spenta, almeno per un tempo, l’aspirazione a un ordinamento più moderno e consapevole dei propri limiti. Ha prevalso il contesto politico, non il merito del progetto. Un contesto segnato da una polarizzazione feroce, in cui la discussione pubblica si è ridotta a contrapposizione di curve, più che a confronto tra culture politiche. Argomenti e ragioni si sono smarriti, travolti dall’immediatezza delle semplificazioni e dei riflessi emozionali.
Come richiede ogni democrazia, prendiamo atto della decisione popolare. Ma non possiamo tacere sulle condizioni in cui è maturata. Il dibattito è stato dominato da parole d’ordine e paure, da interpretazioni distorte del testo e dei suoi effetti. Abbiamo cercato di spiegare, con onestà e chiarezza, che la riforma non era un attacco alla magistratura né un tentativo di menomarne l’indipendenza, ma un passo necessario per restituire equilibrio ai poteri dello Stato. Non siamo riusciti, però, a far prevalere la ragione sull’inquietudine, la logica sulla diffidenza.
Chi ha condotto la battaglia per il No, lo ha fatto in nome di valori rispettabili: la difesa dell’autonomia della magistratura, la sacralità della Costituzione, la paura di scardinare ciò che funziona. Valori profondi, ma spesso piegati a legittimare la conservazione. La paura del cambiamento resta la più potente forza politica d’Italia.
Eppure, dietro il risultato referendario si cela una verità più inquietante: una parte della magistratura è scesa in campo non come corpo dello Stato, ma come parte politica, impugnando la propria funzione in chiave militante. È questo il vero vulnus. Quando un potere costituzionale oltrepassa il confine della neutralità e si fa soggetto di contesa, non difende la giustizia: la trascina nel conflitto.
Serviranno anni per ricucire le fratture aperte, per ricostruire un equilibrio che consenta alla magistratura di essere davvero autonoma ma non autoreferenziale. Un’autonomia che deve fondarsi non sul privilegio, ma sulla trasparenza del proprio operato e su una rinnovata fiducia sociale.
Resta l’amarezza, profonda e composta, per un’occasione perduta. Non solo per la riforma in sé, ma per ciò che avrebbe potuto significare: la prova che la nostra democrazia è capace di maturità, di visione, di cambiamento. Invece la politica si è piegata alla logica del “contro”: desiderava vincere più che convincere. E la cittadinanza, trasformata in platea di tifoserie, ha abbandonato il terreno della riflessione per quello della reazione emotiva.
È la spia di una fragilità collettiva: siamo un Paese che si divide su tutto, ma fatica a discutere davvero di qualcosa.
Ci sono stati, in questa battaglia culturale, magistrati, giuristi, cittadini che hanno espresso pubblicamente il loro sostegno al “Sì”. Meritano rispetto e gratitudine. Hanno scelto la via più difficile: quella della coerenza, della libertà di pensiero, del coraggio intellettuale di esporsi. Hanno creduto che il cambiamento non minacciasse la giustizia, ma la rafforzasse. A loro va l’onore di aver difeso, anche nella sconfitta, un principio alto: che la democrazia non si custodisce congelandola, ma rinnovandola.
Mala tempora currunt, sed peiora parantur.
Lo disse già Seneca, e il monito è ancora attuale. Tempi difficili corrono, e altri — forse peggiori — si preparano, se la cultura pubblica continuerà a rinunciare alla complessità, se la politica resterà prigioniera del consenso istantaneo, se la giustizia continuerà a concepirsi come potere e non come funzione.
Aveva ragione Giuliano Vassalli, quando profetizzò che la magistratura, una volta acquisito un potere tanto vasto, non lo avrebbe più ceduto. “Non solo in linea di fatto — scrisse — ma persino sul potere legislativo.”
Parole di un uomo che conosceva lo Stato, e che amava la giustizia abbastanza da vederne i rischi.
Oggi quella profezia suona come una diagnosi. E ci obbliga a una riflessione che va oltre la cronaca di una sconfitta: fino a quando una parte del Paese rifiuterà di discutere serenamente di giustizia, il male non sarà la riforma mancata, ma la paura di riformare.

Francesco Carbini

Pubblicato in : Editoriale

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