
Un paese, ogni paese, è ancor più paese quando c’è la fiera. Il grande richiamo “dli giostri in piasa”, I giorni della fiera in paese diventano improvvisamente e ripetutamente più luccicanti. Come se si aggiungesse luce provvidenziale, e quasi soprannaturale, alle luci artificiali sulla piazza, delle giostre, delle bancarelle scintillanti, perché le bancarelle devono essere scintillanti, sennò che bancarelle della fiera sarebbero?! E tutto il circondario diventa una luminaria sulle facciate dei palazzi e per le strade. Ci sono paesi, visti con i miei occhi e non solo in cartolina o meglio, ora in reel, che addobbano tutto il paese durante la fiera con vere e proprie cattedrali di luminarie, con enormi impalcature di luci colorate che disegnano i contorni di chiese e palazzi. E’ la luce della fiera, dove bancarelle e giostre, zucchero filato e mandorle tostate invadono l’aria e il desiderio dei bambini. La fiera di un paese e di una città è talmente innervata nelle tradizioni popolari e personali che al solo cambiare luogo si registrano disappunti e proteste, obiezioni e rammarico. Come è successo, ad esempio, a Mantova quando per la Fiera di Sant’Anselmo il Luna Park è stato spostato dal tradizionalissimo piazzalone del Te al Boma, il quartiere eventi e manifestazioni, che sta dall’altra parte della città. E la gente ha pensato: vuoi mettere una fiera con orizzonte Esedra e un Luna Park con orizzonte grattacieli direzionali Boma? Tant’è! Ma pian piano probabilmente ci si abitua ai cambiamenti pensando che la fiera è anche e soprattutto uno stato d’animo. Che cambia la nostra vista e il nostro gusto, il nostro udito e il nostro olfatto. Perché i suoni delle giostre spesso amplificati al massimo, i rumori delle varie attrazioni diventano accompagnamento e non fastidio, quasi accudimento e non invasione.
Il profumo intenso di zuccheri e caramello, di mandorle tostate e di tira-e-molla nocciolino è quasi uno spasso alla fiera mentre in condizioni normali sarebbe perlomeno indelicato al fiuto. Così i fari abbaglianti dell’autoscontro o delle altre giostre, le luci intense dei mini park di attrazione invece di farci abbassare la palpebra ci fanno alzare le sopracciglia, come fossimo tutti bambini appena usciti dalla materna. E’ la fiera, bellezza.
Ricordo come è cambiato in una domenica un quartiere di Bologna all’arrivo di bancarelle e qualche giostra. Una fiera fa borgo anche in una grande città. Ricordo il fascino delle fiere delle mie zone, da piccolo. A Motteggiana, la Fiera di San Carlo a luglio è un appuntamento ultra-sentito con richiamo popolare per le tappe gastronomiche tipo la “colazione del contadino” che in dialetto fa “la culasiun dal cuntadin” e le serate da ballo, perché non c’è fiera senza la “serata danzante”. Nella mia frazione di Villa Saviola invece la fiera si è esaurita negli anni, più o meno dolcemente. Una volta arrivavano bancarelle dei dolci e giostre, mica tante per carità, ma il giusto per trasformare la piazza Filzi con un po’ di luminarie, per la festa della Madonna di Lourdes a febbraio e per la ricorrenza del patrono San Michele Arcangelo a settembre: due o tre giostre, soprattutto quelle rotonde per bambini e ragazzini, tre o quattro bancarelle con i dolci e le caramelle a penzoloni e le nonne, che trattenevano i bambini dal toccare le fragole di zucchero, così rosse così grosse. E il richiamo della mamma al figlio:dai che andiamo alla pesca di beneficenza. Ricordi così, di quelle volte in cui anche le fiere erano più democratiche e andavano anche nei piccoli paesi a dare luce, a fare festa. Un paese vive e rivive anche nella (e della) sua fiera. La vicina “grande Suzzara” si mobilita per quasi metà mese a settembre per celebrare la sagra del Crocifisso con manifestazioni ed appuntamenti che vivono nelle piazze Garibaldi e Castello e che vedono proprio nel colorato e variopinto luna park un perno e un fulcro, un richiamo per più generazioni, anche solo da passeggio o da accompagnamento piccoli.
Mi è capitato l’altra settimana di andare a Poggio Rusco e mi sono accorto che erano giorni di fiera o di preparazione della fiera quando al “solito incrocio” per raggiungere la Biblioteca Mondadori c’erano barriere e cartelli: vietato transito, vietato sosta. Di fronte un tappeto elastico gigantesco al posto del piazzalino del dehor bar e altre transenne per la via: qui c’è aria di fiera, mi son detto. E infatti era così. Fiera di Giugno a Poggio Rusco con caposaldo Piazza 1° Maggio e tutte le attrazioni del cartello dagli stand gastronomici alle mostre, dal ballo alle irrinunciabili giostre, compresa quella dell’elastico che manda in alto giovani e meno giovani. La fiera può superare anche le memorie personali e di fatti un poggese, di vecchia data, chiede ad una poggese più residente: ma la fiera non era a luglio? Chissà com’è andata? La fiera può dettare le date. Pure normale, nella tradizione popolare.
Nella serie “Quella volta” si impone il ricordo di Pegognaga con la fiera di San Lorenzo anzi, per dirla giusta, Antica Fiera di San Lorenzo, che si tiene a cavallo del 10 di agosto con tanto di notte delle stelle cadenti. Tornano nella memoria flash di immagini con una folla in festa nel piazzale del Municipio e una marea umana seduta al bar centrale della piazza, un bar che ora non c’è più. Era talmente fiera che era colorata anche la gente. Poi lì vicino c’è la fatidica e mitica Fiera Millenaria di Gonzaga a cavallo della prima settimana di settembre che come è ben noto ha più valenze: quella economica, quella agricola in particolare, quella sociale, e quella dell’attrazione, e per questo crogiolo (ma a me piace dire crogiuolo) di valenze, la Millenaria ha tutta un’altra storia e tutta un’altra identità.
Noi piccoli della Bassa non eravamo comodi ad andare nelle fiere dei paesi dell’Alto Mantovano o comunque dall’altra parte di Mantova. Certo, andavamo e andiamo alla Fiera delle Grazie che ha un suo richiamo tutto speciale, mettendo insieme spiritualità del santuario e cotechino del gusto, ambiente del Lago e tradizione popolare secolare e dove il luna park è componente di orizzonte e di profilo integrativo, come a scegliere il quartiere più adatto al momento e al bisogno.
Ma ci rimaneva la curiosità delle grandi fiere dell’Alto Mantovano, quelle che risentono anche dell’influenza dei colli e del Garda, vuoi mettere?! Tipo la Festa di San Luigi a Castiglione delle Stiviere, la fiera di Monzambano con la Festa dell’Uva a settembre ovviamente e l’Antica Fiera di San Biagio a Cavriana per citare qualcosa rimasto nella curiosità adolescenziale di ricordi di quelle volte agognate ma non vissute, lette, magari messe in pagina ma non visitate. Così un giorno, di qualche anno fa, spinto dai ricordi dei titoli sul giornale e dalle citazioni con cadenza bresciana dell’amico e collega compianto Romano Gandossi, già a lungo direttore di questo giornale, decisi di rompere gli indugi e andare alla Fiera della Possenta di Ceresara. Avvolgente, classica. Chiudi gli occhi, allarghi le narici ed è quasi come tornare bambino.
Sai quando senti talmente tante volte un nome e rievochi un’atmosfera e non vedi l’ora di vedere con i tuoi occhi e annusare col tuo naso e non immaginarlo da una foto o da un titolo di giornale. Ecco così è stato il mio giro alla Possenta, immersione in luci e colori, profumi e prodotti, bancarella e passeggiate e il gong del tiro a segno e le bamboline vinte per la fidanzata di quella coppia che gira, forse per la prima volta tra le strade e i vicoli della fiera, mano nella mano. E’ bello così, è la fiera bellezza.
Fabrizio Binacchi

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