
Le celebrazioni per i 250 anni dell’indipendenza degli Stati Uniti avrebbero meritato un discorso capace di unire il Paese, offrendo una visione lucida delle enormi sfide che l’America sta affrontando. Invece Donald Trump ha scelto ancora una volta la strada della propaganda, della retorica esasperata e dell’autoreferenzialità.
Tra richiami religiosi, esaltazione della forza militare, fantasmi del comunismo e continui riferimenti alla propria leadership, il presidente americano ha trasformato una ricorrenza nazionale in quello che è sembrato più un comizio elettorale che un messaggio istituzionale.
Il paradosso è evidente. Gli Stati Uniti convivono con un debito pubblico ormai fuori controllo, una manifattura che da anni ha perso competitività rispetto alle grandi economie asiatiche, un tessuto sociale profondamente diviso e una politica estera che negli ultimi mesi ha mostrato più improvvisazione che strategia.
Eppure il presidente continua a dipingere un Paese praticamente perfetto, individuando nemici ovunque e rilanciando slogan che possono infiammare la propria base elettorale ma che difficilmente risolvono i problemi dell’America.
Il continuo richiamo alla lotta contro il comunismo appare inoltre fuori dal tempo. Oggi la competizione globale si gioca sull’intelligenza artificiale, sulle materie prime strategiche, sulla tecnologia, sulla finanza e sulla capacità industriale. Continuare a evocare categorie della Guerra Fredda rischia di apparire più come uno strumento di mobilitazione politica che una reale lettura degli equilibri internazionali.
Chi osserva con attenzione la geopolitica vede un mondo profondamente cambiato. La centralità assoluta degli Stati Uniti non è più quella di trent’anni fa. Nuovi poli economici e politici stanno ridefinendo gli equilibri globali e nessuno può pensare di fermare questo processo semplicemente alzando il tono della voce.
La leadership si misura con la capacità di leggere il futuro, non con la nostalgia del passato.
Il rischio è che, mentre Washington continua a raccontarsi come il centro indiscusso del mondo, il mondo abbia già iniziato a muoversi in un’altra direzione.
E forse è proprio questo il punto più debole del discorso di Trump. Non tanto ciò che ha detto, ma ciò che ha scelto di non vedere.
L’invito finale ad assistere ai fuochi d’artificio è stata la vera ciliegina su una torta ormai irrimediabilmente andata a male.
Piero Terracina

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