
C’è una cosa che oggi sembra quasi impossibile dire senza essere immediatamente catalogati: si può essere contrari all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea senza per questo essere filorussi, putiniani o sovranisti. Eppure il dibattito pubblico sembra non ammettere più sfumature. Lo confesso: faccio fatica perfino a dirlo apertamente, anche perché tra coloro che si oppongono all’ingresso dell’Ucraina nell’UE c’è anche Matteo Salvini, e condividere un argomento con lui non è esattamente motivo di entusiasmo. Ma questo non cambia il merito della questione.
L’Europa ha fatto bene a schierarsi dalla parte di un Paese aggredito. Ha fatto bene a sostenere Kiev sul piano economico e militare, ad accogliere milioni di profughi ucraini e a dimostrare solidarietà politica e umana. Tutto questo era doveroso. Quello che invece considero sbagliato è il racconto costruito attorno a questa guerra: l’idea secondo cui gli ucraini starebbero combattendo per “salvare l’Europa”da un’imminente invasione russa. A mio giudizio, si tratta di una narrazione propagandistica che serve soprattutto a giustificare gli enormi sacrifici economici richiesti ai cittadini europei.
Perché è giusto aiutare un Paese aggredito; molto meno lo è raccontare a chi ogni giorno lavora in fabbrica, guida un camion o fatica ad arrivare a fine mese che il drastico peggioramento del proprio tenore di vita rappresenti il prezzo inevitabile di una guerra esistenziale per la sopravvivenza dell’Europa. Nel frattempo l’Europa ha in gran parte sostituito il gas russo con forniture alternative, tra cui quelle statunitensi, spesso a costi più elevati e accompagnate dalla firma di accordi energetici e militari destinati a produrre effetti per molti anni. A questo punto la domanda è inevitabile: siamo davvero più indipendenti o abbiamo semplicemente sostituito una dipendenza con un’altra?
Continuo a pensare che, una volta terminata la guerra, l’interesse strategico dell’Europa dovrebbe essere quello di ricostruire un rapporto pragmatico con la Russia. Non per simpatia nei confronti di Putin, ma perché Europa e Russia, piaccia o no, sono economicamente complementari. Un’integrazione energetica e commerciale ragionevole avrebbe potuto garantire all’Unione maggiore autosufficienza e costi più contenuti per famiglie e imprese. Per questo considero un errore accelerare l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea mentre il Paese è ancora devastato dalla guerra, economicamente in ginocchio e sostenuto in larga misura dagli aiuti esterni. Non vedo quale sarebbe il vantaggio concreto per i cittadini europei. L’unico vero asset immediatamente spendibile sembra essere l’esercito ucraino, oggi tra i più esperti e addestrati al mondo. Ma allora viene spontaneo chiedersi: contro chi dovremmo prepararci a combattere?
E davvero immaginiamo che gli ucraini possano un giorno sostituire la protezione americana?
Se così fosse, più che rassicurato mi sentirei preoccupato. Insomma, si può respingere il populismo di Salvini e, allo stesso tempo, condividere alcune delle critiche che, su questo tema, solleva Marco Travaglio. Perché una democrazia matura dovrebbe consentire anche questo: discutere dell’interesse europeo senza essere costretti, ogni volta, a scegliere tra propagande contrapposte.
Angelo Santoro

Russi e ucraini vivevano in pace e armonia, fino al crollo dell’URSS.
Dopo di allora l’Occidente pseudo democratico sfruttò i nazionalismi delle Repubbliche post-sovietiche per disgregare e impoverire, ulteriormente, tali realtà.
Ancora oggi siamo lì e sarebbe il momento che l’UE uscisse dagli equivoci, smettesse di seguire i desiderata degli USA (che l’Europa sfruttano da quel dì) e facesse ciò che le suggerì Bettino Craxi e Silvio Berlusconi, smettendo di credere a semplificazioni fuorvianti e anti-storiche come la questione “aggressore e aggredito”, che fanno comodo, a convenienza, solo a una delle due parti (e in particolare agli USA) e non hanno alcuna attinenza con la realtà dei fatti.
Bettino Craxi e Silvio Berlusconi lo sapevano molto bene.
Oggi in troppi, anche quelli che grazie a loro hanno fatto carriera, hanno dimenticato tutto o fingono di aver dimenticato.