
Donald Trump torna ad attaccare Giorgia Meloni, questa volta attraverso un meme pubblicato su Truth Social, alla vigilia del vertice Nato di Ankara. L’immagine raffigura la presidente del Consiglio in atteggiamento di “adorazione” verso Trump ed è accompagnata dalla frase “serve un ordine restrittivo”, con un riferimento ironico e offensivo al provvedimento che negli Stati Uniti viene usato per tenere lontana una persona ritenuta molesta o insistente.
In questo caso il meme è uno strumento politico. Trump colpisce Meloni sul piano personale rappresentandola come una leader subalterna, quasi devota, nei confronti del presidente americano. Non è una semplice battuta. È un messaggio di disprezzo lanciato prima del vertice NATO come un avvertimento a tutti i Paesi. Trump vuol vendere le armi obbligando gli alleati a comprarle.
Il punto non è difendere Giorgia Meloni politicamente, la cui vocazione alla servitù volontaria è francamente indifendibile e aberrante in chi ricopre il ruolo di Presidente del Consiglio.
Si può essere lontanissimi, come noi siamo, dalle sue idee, dalla sua politica estera. Ma qui c’è qualcosa di più grave: il presidente degli Stati Uniti usa il linguaggio del dileggio personale per umiliare pubblicamente la presidente del Consiglio di un Paese alleato.
Trump dimostra ancora una volta di non concepire gli alleati come interlocutori, ma come figure da dominare, premiare o umiliare secondo la logica del capo branco. E questo dovrebbe far riflettere soprattutto chi, in Europa e in Italia, ha pensato di costruire un rapporto privilegiato con lui sulla base della simpatia ideologica.
Il problema, quindi, è tutto politico.
Meloni non deve rispondere sul terreno personale, ma dire con chiarezza che l’Italia non accetta umiliazioni pubbliche da nessuno, neppure dal presidente degli Stati Uniti. Non c’è bisogno di una lite da social, ma di una frase istituzionale netta.
Inoltre, si deve portare la questione in Parlamento. Trump vuole imporre agli alleati europei un aumento enorme della spesa militare. La NATO, al vertice dell’Aia del 2025, ha assunto l’impegno del 5% del PIL entro il 2035: 3,5% per la difesa vera e propria e fino all’1,5% per sicurezza, infrastrutture critiche, cybersicurezza e resilienza. Non è una scelta tecnica: è una scelta che cambia i bilanci pubblici, lo Stato sociale, le priorità industriali e la politica europea.
L’Italia meloniana finora ha balbettato, litigando tra i ministri e ondeggiando senza prendere una posizione chiara. Niente di meglio per offrire il fianco al dileggio di Trump.
Sánchez è il controesempio più forte.
Ha detto che la sicurezza non può essere misurata solo con una percentuale del PIL imposta da Trump e ha ottenuto da NATO una flessibilità specifica.
Madrid ha sostenuto di poter rispettare i propri impegni militari con una spesa intorno al 2,1% del PIL, senza arrivare al 5%. Sánchez ha definito quel livello del 5% “sproporzionato e non necessario” e lo ha collegato direttamente al rischio di colpire welfare, pensioni, scuola e protezione sociale.
Oggi l’Italia dichiara alla NATO nel 2025 circa 45 miliardi di spese militari, poco più del 2% del PIL. Un risultato che è stato raggiunto in parte riclassificando spese esistenti. Arrivare al 5%, come vorrebbe Trump, significherebbe portare la spesa verso i 110 miliardi l’anno: oltre 60 miliardi in più. A quel punto non saremmo più davanti a un aggiustamento tecnico, ma a una scelta storica sul modello di Paese: più armi o più sanità, scuola, welfare, investimenti civili.
La migliore risposta a un attacco d’immagine non è un contrattacco d’immagine, ma l’autorevolezza di una linea politica chiara. Finché l’Italia non deciderà cosa vuole essere nei confronti di Washington -se un alleato strategico con una propria autonomia o un esecutore di linee dettate altrove- rimarrà vulnerabile a questo tipo di umiliazioni pubbliche.
Al meme di Trump si deve rispondere con la dignità di una posizione politica, di autonomia e di difesa di quella democrazia sociale che l’aumento delle spese militari farebbe definitivamente saltare.
Enrico Rossi

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