Dai tassisti ai farmacisti ai notai, tutti hanno qualche opportunità in più per proteggere il loro reddito, lavoratori e pensionati invece no, anzi se la pensione supera i 1400 € lordi al mese, cioè meno di 1000 € netti, non scatta neppure la rivalutazione.

I redditi da lavoro e, possiamo aggiungere, quelli da pensione sono in Italia molto più bassi di quelli dei lavoratori e dei pensionati di altri Paesi. Una realtà questa che conosciamo da anni e che spesso abbiamo provato a denunciare, ma denunce e riflessioni si sono infrante sul muro di veri e propri tabù. Il primo tabù riguarda i privilegi dei pensionati. Lavoratori che hanno sopportato e sopportano una contribuzione tra le più alte rispetto agli altri Paesi europei, che però produce redditi da pensione molto più bassi. Le differenze tra noi e gli altri diventano poi fortissime considerando che i pensionati italiani pagano molte più tasse di quelli tedeschi, francesi o inglesi.
Se affrontiamo il problema dei redditi da lavoro emerge con drammatica evidenza una realtà sulla quale in tanti, sicuramente in troppi, hanno preferito chiudere gli occhi.
I salari sono più bassi che altrove, mentre il costo per unità di prodotto non è affatto superiore, quindi la produttività, per la parte che dipende dai lavoratori, non è affatto un disastro come si vorrebbe far credere. Non sarà che Emma Marcegaglia e Marchionne cercano ogni pretesto per depistare l’attenzione dell’opinione pubblica e per cercare di convincerci che tutto dipende dall’articolo 18, anziché dall’incapacità di guardare al futuro con un minimo di inventiva e di capacità di rischiare.
Il loro messaggio appare sempre più chiaro: liberateci dall’articolo 18 e magari anche delle bacheche de “l’Unità” oggi e del sindacato domani e l’Italia risorgerà.
Ai tanti operatori dell’informazione ed economisti, che per anni hanno preteso di leggere la realtà con gli occhi foderati di prosciutto, credo sia lecito chiedere intanto di abbandonare l’atteggiamento dei finti tonti.
Per anni abbiamo sostenuto che Berlusconi e Tremonti stavano realizzando un gigantesco trasferimento di risorse dai lavoratori al capitale, che il ceto medio stava entrando in una crisi letale, che senza riattivare i consumi saremmo entrati in recessione.
Oggi che non possono più negare l’evidenza vanno alla caccia di diversivi, pur di non ammettere che capitalismo e mercato, non già lavoratori troppo tutelati sono alla base della crisi.
Ancora una volta, nel leggere i dati generali della crisi, si compie una mistificazione che nessuna persona dotata di una sufficiente capacità di leggere la realtà dovrebbe più essere disposta a tollerare.
Si continua a scrivere e a parlare di salari e di pensioni riferendosi sempre al lordo ed è chiaro che, così facendo, si nascondono in parte le differenze e, in molti casi, vere e proprie diseguaglianze.
Perché non fare riferimento a quanto davvero entra nelle tasche o meglio nel bilancio di famiglia di un lavoratore o di un pensionato e quanto invece in quelle di un pur tartassato appartenente al ceto medio.
Perché nascondere che esistono milioni di cittadini che possono scaricare molte spese alla voce “spese di produzione del reddito” e che il lavoratore e il pensionato non possono invece farlo.
C’è chi può scaricare le spese per il carburante, per il viaggio in treno, i pranzi di lavoro e, a volte, con un po’ di fantasia, anche la gita domenicale o le feste di compleanno per i figli.
Dai tassisti ai farmacisti ai notai, tutti hanno qualche opportunità in più per proteggere il loro reddito, lavoratori e pensionati invece no, anzi se la pensione supera i 1400 € lordi al mese, cioè meno di 1000 € netti, non scatta neppure la rivalutazione.
I dati sui salari sono usciti dopo i dati sui guadagni di ministri e manager, che pure dovrebbero aiutarci a riflettere. Sia chiaro che ho trovato le dichiarazioni della Severino a difesa della propria ricchezza del tutto accettabili, in quanto accompagnate dalla dimostrazione di aver guadagnato tanto e pagato anche tanto di tasse.
Quello che invece non è tollerabile è che si trovi normale l’esistenza di compensi, ad esempio quello del Presidente dell’Inps, frutto di incarichi plurimi.
Forse con un lavoro soltanto ci si annoia, mi chiedo però come sia possibile che alcuni manager ricoprano 10 o 12 incarichi.
Mi domando se non vi sia niente di penalmente rilevante nel comportamento di un cittadino pagato per un certo lavoro, che comporta un dato orario e che, durante tale orario, svolge altre attività. Attenzione! Non si tratta di una battuta, ma della constatazione che, così, non è più possibile andare avanti.

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