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Intervista a Nicola Cariglia ( da Quelli che…la Sezione, di Andrea Pannocchia)

di Redazione Pensalibero.it | 4 Marzo 2012

Eravamo socialdemocratici: ne abbiamo prese e ne abbiamo date, sempre orgogliosi di appartenere ad un’altra sinistra: meno becera e piú europea.

Entrare nel salotto della bella casa fiorentina di Nicola Cariglia significa accingersi a parlare di tante cose diverse ma unificate dalla biografia di un uomo poliedrico, che si è occupato – da posizioni sovente di grande responsabilità – di televisione, di aeroporti, di amministrazione locale.

Ma che palesa, a cominciare dalla conoscenza enciclopedica delle date e delle vicende della storia della Sinistra italiana, soprattutto una passione inesauribile per la politica, per le sue dinamiche, per la sua essenza più vera: la militanza. Nel solco di una fede scelta, e per sempre, da giovane, quella socialdemocratica. E della storia di un fratello illustre, Antonio, ricordato in modo non scontatamente agiografico ma con tanto, e sincero, affetto.

Chi è e che cosa ha fatto Nicola Cariglia?

Diciamo che sono nato con la politica nel sangue. Sono il nono di dieci fratelli, nato a Pistoia nel 1943. Mio padre era Comandante dei Vigili Urbani. Ho cominciato presto a respirare politica perché mio fratello, Antonio, che era il primo dei dieci, più grande o più anziano di me di 19 anni, aveva cominciato a fare, quando era al liceo, militanza antifascista e poi, immediatamente dopo il liceo, la lotta di Liberazione cioè aveva fatto il partigiano. Finita la Guerra si iscrisse al Partito Socialista, che all’epoca credo si chiamasse PSIUP ancora, e seguì Saragat nel ‘47 nella scissione di Palazzo Barberini. Antonio allora aveva 23 anni. Diventò subito Segretario provinciale, a Pistoia, del Partito Socialista Democratico, che all’epoca si chiamava Partito Socialista del Lavoratori Italiani. Immediatamente si affacciò alla ribalta nazionale perché nel 1951, dopo le due scissioni del movimento sindacale, CGIL/CISL e poi CISL/UIL, diventò uno dei Segretari nazionali, Segretario Confederale della UIL. Dunque mio fratello aveva anche un passato di sindacalista.

Adesso possiamo far entrare in scena Lei.

Perfetto, benissimo. Per quanto mi riguarda avevo già cominciato alla fine degli anni Cinquanta. A 16 anni mi ero iscritto alla Federazione Giovanile del PSDI. Sarebbe meglio dire, parafrasando Paletta a proposito di Berlinguer, che m’iscrissi alla Segreteria provinciale della Federazione Giovanile Socialdemocratica di Pistoia. Non perché fossi fratello di Antonio; più semplicemente perché assieme ad un amico la costituii 

Una specie di sentinella sul territorio…

Diciamo che, all’occorrenza venivo anch’io mobilitato… così come per la campagna elettorale. Non dimentichiamo che all’epoca le campagne elettorali (checché si racconti oggi della cosiddetta corrotta I Repubblica) erano molto spartane. Erano molto povere soprattutto per partiti come il nostro, che erano piccoli, che non avevano tanto potere……. Nel 1970 mi presentai candidato a Pistoia alle elezioni comunali mentre stavo decidendo se diventare giornalista o avvocato. Poco dopo, sempre nel 1970, in Agosto, entrai alla RAI come praticante e risolsi definitivamente il dilemma….

Bene, torniamo al Suo percorso politico-amministrativo a Firenze; le Giunte in cui Lei ricopre tutti quegli incarichi di che colore politico sono?

Mi lasciai convincere a candidarmi alle elezioni comunali a Firenze nel 1980 perché ero sicuro che avrei continuato a fare soltanto il Consigliere comunale e quindi che avrei potuto conciliare questo col lavoro, senza che il lavoro ne risentisse. Ma avvenne che, alla fine dell’82, socialisti e comunisti fiorentini, che fino ad allora componevano una solida maggioranza, litigarono fra di loro. Era una lite per finta, cioè per ridisegnare nuovi equilibri. Ma, come accade spesso, le previsioni non si realizzarono come si erano disegnate…. Perciò, quella che doveva essere una crisi pilotata, in realtà sfuggì di mano e allora, per non andare tutti a casa e ricomporre una maggioranza, fu necessario varare una Giunta di Pentapartito. Ed io, che non volevo entrare in Giunta, invece ricevetti pressioni dall’allora Segretario nazionale del PSDI, Pietro Longo, allertato da esponenti nazionali socialisti per convincermi a entrare. E così diventai, nell’83, nella Giunta comunale fiorentina di Pentapartito, Assessore ai Lavori Pubblici….. Sindaco era Sandro Bonsanti, grandissimo intellettuale eletto nel Partito Repubblicano, Direttore per 30 anni del Gabinetto “Viesseux”, una delle più prestigiose istituzioni culturali fiorentine, protagonista fra i maggiori della grande stagione culturale fiorentina della prima metà del novecento. Nel 1984 Bonsanti, a ottanta anni, morì. Diventò Sindaco Lando Conti, che poi sarebbe stato assassinato, nel 1986, dalle Brigate Rosse. Nel 1985, finito il mandato di Lando Conti, ci furono nuove elezioni; la giunta di Pentapartito, che pure aveva operato secondo me bene, anche sul piano dell’individuazione dei problemi (l’Operazione Fiat-Fondiaria, ecc), non ebbe i voti per essere confermata. Fu sostituita da una Giunta abbastanza atipica mentre, in realtà, i partiti laici e socialisti (PSI, PSDI, PRI, PLI) volevano fare il Pentapartito alla rovescia. Occorre ricordare, per inquadrare quella stagione politica fiorentina, che c’era un patto “di unità laica” a Firenze tra repubblicani, liberali, socialisti e socialdemocratici. …Il Partito Repubblicano si defilò perché Spadolini, Segretario nazionale e uomo forte a Firenze, non voleva litigare con la DC. Gli serviva l’appoggio della DC per la sua strategia nazionale. Per cui si formò un Quadripartito PCI-PSI-PSDI-PLI, molto equilibrato tra la componente laico-socialista e quella comunista, proprio grazie al “patto di ferro” che caratterizzava la prima. Tanto che ne uscì un assetto con Sindaco socialista, un Vice Sindaco socialdemocratico e un secondo Vice Sindaco comunista. Proprio io fui uno dei due Vice Sindaco, l’altro fu il comunista Michele Ventura; Sindaco fu Bogianckino, intellettuale socialista che aveva diretto alcune delle più prestigiose istituzioni musicali in Italia e all’estero. Quindi era una giunta nella quale l’unità d’intenti dei partiti laici, diciamo il blocco laico-socialista, aveva costretto l’allora PCI, che pure era forte di 26 Consiglieri, in una posizione non secondaria, ma, diciamo, di pari peso.

Adesso vorrei fare un passo indietro: quale’è stata la Sua prima tessera?

La prima tessera fu all’età di 16 anni, nel 1959. C’era stata una scissione nel Partito Socialdemocratico, una pattuglia che aveva raggiunto il Partito Socialista. Si parlava molto di unificazione socialista. A livello nazionale gli esponenti che si muovevano erano Matteo Matteotti, Mario Zagari, e altri e anche tutta la Federazione Giovanile Socialdemocratica, a livello nazionale, trasmigrò nel PSI. Fu allora che si ricreò a tambur battente una Federazione Giovanile Socialdemocratica e io e un mio amico la fondammo. In due eravamo e in due andammo al primo Congresso.

E invece la prima tessera del partito?

Nello Statuto del PSDI era previsto che la tessera giovanile desse diritto anche al voto nelle assemblee del partito. In pratica è quello che feci già da quando avevo sedici anni.

Ho capito molto bene perché Lei si è iscritto al PSDI, visto anche il peso di una figura come Suo fratello che ha avuto un ruolo notevole. Posso chiederLe se è stato questo anche il motivo che nel corso degli anni L’ha spinta a rimanere, e mi pare anche con convinzione, e a confermare la scelta fatta in gioventù?

Sono stato per tutta la vita socialdemocratico, senza nessuna fatica, e sarei stato socialdemocratico anche se non avessi avuto un fratello esponente socialdemocratico. Una volta abbracciata questa scelta, l’ho seguita con convinzione. ….

Ma cosa voleva dire essere socialdemocratico?

Da un lato voleva dire sentirsi europei, in collegamento con i grandi Partiti Socialdemocratici europei (e devo incrociare di nuovo la strada di mio fratello, che è stato per tantissimi anni l’unico rappresentante italiano nel bureau dell’Internazionale Socialista; poi sono arrivati i socialisti, poi il PDS). Inoltre, in una città come Pistoia, a grande prevalenza comunista, voleva dire sentirsi i portatori di una sinistra meno becera, meno prepotente. Ora forse la gente, anche giustamente, se n’è dimenticata. Ma la preponderanza del governo del Partito Comunista, talora con un apporto subalterno dell’allora Partito Socialista (a Pistoia e in tutta la Toscana, con l’eccezione di Firenze e di Lucca), era una cosa che mordeva, che si sentiva. Quando andavo nei Comuni della Provincia di Pistoia a raccogliere le firme per presentare le liste, i referenti locali, Segretari di sezione, mi dicevano: “Guarda, per favore vieni la sera, perché io ho un negozio, e devo vendere”. Penso a Lamporecchio, il Comune più “rosso” d’Italia, a Larciano. Non è che voglia fare la vittima ideologica, ci mancherebbe altro, perché, come usa dire, ne abbiamo prese e ne abbiamo date. Anzi direi che era quasi un motivo d’orgoglio per uno che era giovane. Magari era una forma di narcisismo, ma potevamo permetterci di dire: “Io sono di sinistra ma non come quelli. Noi siamo più ganzi, perché siamo in Europa, non siamo quelli collegati all’Unione Sovietica”. E queste cose negli anni Cinquanta/Sessanta contavano, anzi la polemica politica era più fatta di elementi di politica estera che di politica interna, e si parlava più di Russia e America che di tasse. Forse un vantaggio derivante dalla caduta delle ideologie è che ora siamo su temi più concreti……

Lei ha fatto un bel po’ di vita da militante; cosa voleva dire essere un militante, soprattutto a Pistoia, anche se nel Suo caso non proprio a tempo pieno?

Tenevamo contatti con le sezioni, facevamo proselitismo specie fra i giovani, perché nel periodo pistoiese ero giovane; a differenza di oggi, la politica avveniva nelle riunioni, nelle sezioni. Tenga conto di questo; negli anni Cinquanta/Sessanta, un partito come il PSDI, che non andava oltre il 5%, aveva – in una Provincia di ventuno comuni come Pistoia – 35/40 sezioni. Un partito piccolo!! E la Federazione Giovanile, nella Provincia di Pistoia, poteva avere 10/12 sezioni. Quindi essere militante significava questo, e significava anche fare congressi, andare ogni tanto a parlare, fare i ciclostilati, fare manifestazioni. Forse si sacrificava un po’ di studio, vista l’età, e anche un po’ di tempo libero. Ma, insomma, non era un sacrificio così grosso come potrebbe apparire ora, perché la città era di provincia, il tempo andava anche riempito………

Qual è stato, nella Sua vita politica e in quella del Suo partito, il momento di Maggior soddisfazione?

Le elezioni del 1970, che seguirono la scissione. Il PSDI ebbe un grosso successo in alcune città, e a Pistoia andò sul 7/8%, a Firenze e a Bologna il 12%. In molte città superammo i cugini socialisti. Aldilà della soddisfazione per i tanti voti conseguiti, era la dimostrazione per ognuno di noi, che la scissione era sentita e che l’elettorato ci dava ragione. Dal punto di vista personale, devo dire che le cose che ho fatto mi sono cascate addosso. Cioè: io non ho mai cercato un incarico. Sì, mi sono presentato alle elezioni comunali a Firenze, a Pistoia, per la soddisfazione di vedere se quello che dicevo convinceva qualcuno, e con l’idea di portare voti al partito tramite la mia persona; però poi l’Assessore l’ho fatto perché mi hanno pregato, il Vice Sindaco perché serviva agli altri partiti dell’area laico–socialista per imprimere un nostro marchio di centralità, Presidente dell’Aeroporto sono diventato perché la persona designata non accettò. Sembrerò freddo, ma un momento della mia vita politica che mi abbia emozionato non saprei proprio ricordarlo.

Perché non esiste più il PSDI?

Perché non esistono più nemmeno gli altri partiti. Secondo me è nato tutto per caso. Ma poi c’è stata una fase politica, quella del 92/93, nella quale poteri forti nazionali e internazionali hanno approfittato di alcune inchieste della Magistratura per togliere di mezzo una classe politica che avrebbe potuto rendere più oneroso l’acquisto dei beni dello Stato in Italia. Forse non ci sarebbe stata gente che poteva acquistare aziende a 400 miliardi e rivenderle dopo un anno a 15.000 miliardi. E quindi non è solo che non c’è più il PSDI, è che non c’è più la politica, attualmente. La politica, se uno la fa in buona fede, è una storia incompiuta. Io non ho mai realizzato il 100% di quello che volevo fare, anche come amministratore. Anche nella vita, certo, ma nella vita uno si ritira la sera, parla con se stesso; in politica invece sei esposto, devi rendere conto a quelli che ti hanno dato fiducia……..

Sente la mancanza del PSDI?

Sì, tanto è vero che per diletto io ancora ho preso delle iniziative; ho creato e dirigo un sito web che si chiama “Pensalibero” nel quale continuo a propugnare la necessità di una forza basata sulla cultura laica e liberal– socialista. Abbiamo fatto convegni, manifestazioni. Si continua a tramandare l’idea. Poi, se matureranno le condizioni, potrà rinascere anche un partito. Cosa che secondo me accadrà.

Perché prima era più facile mobilitare la gente intorno a simboli e ideologie rispetto a oggi?

Questo discorso della mobilitazione vale fino ai primi anni Settanta, perché era una società in crescita, perché c’erano degli obiettivi da raggiungere. Ora, gli obiettivi da raggiungere, in una società più complessa, sono più difficili da individuare. Quindi, se prima si potevano creare le parole d’ordine dietro cui far marciare i rispettivi popoli, ora è più difficile trovarle, queste parole d’ordine. Chi ci riesce, giuste o sbagliate che siano queste parole, riesce ancora a mobilitare le persone. Io non sono affatto leghista e non ne condivido il linguaggio, ma è innegabile che certe parole d’ordine, per quanto grevi, abbiano presa, anche perché hanno indicato dei problemi veri; che le Partite Iva abbiano dei problemi con questo Stato, con il sistema fiscale, gli appesantimenti burocratici ecc, è innegabile. Ma sono in pochi quelli che riescono a individuare i problemi perché c’è troppo distacco tra popolo e classe politica. Ed è impossibile mobilitare le persone con parole vuote….

Per concludere, vogliamo un po’ parlare del Suo impegno nella “Fondazione Turati”, fondata da Suo fratello Antonio?

Subito dopo la Guerra era un’organizzazione che si chiamava Centro Italiano di Solidarietà Sociale e si occupava dei bisogni del momento, i bambini da mandare nelle Colonie, la formazione professionale, che allora significava davvero dare un mestiere alle persone, le scuole. Poi, via via, si è trasformata in “Fondazione Turati”, Onlus, diventando Fondazione con Decreto del 288 Presidente della Repubblica nel 1965 (era Saragat). Oggi è uno dei pochi esempi di presenza laica in un campo meritoriamente presidiato da Istituzioni e organizzazioni cattoliche o religiose. Ci occupiamo di assistenza agli anziani, ai cerebrolesi, agli svantaggiati e abbiamo 4 grandi strutture (a Pistoia, a Gavinana sulla Montagna Pistoiese, a Vieste in Provincia di Foggia, il Comune dove è nato Antonio, e a Zagarolo vicino a Roma); si parla di strutture che hanno più di 200 dipendenti e centinaia di posti letto ognuna. Antonio, dopo la fine del PSDI, si dedicò completamente a questa Fondazione; anche perché pure lui appartiene alla schiera dei politici che furono ingiustamente accusati. Ebbe diversi processi, tutti conclusisi dopo dodici anni, e tutti con proscioglimenti; e in tre/quattro volte si è alzato in processo per chiedere alla Corte di non accogliere la richiesta di prescrizione avanzata dai Pubblici Ministeri. Nel 2005 si è chiuso tutto con pieno riconoscimento della Sua onorabilità.

Occidentali e di sinistra

Fare politica con un cognome importante, e ricoprire – anche grazie a quel cognome – incarichi di rilievo alla Rai, nel Comune di Firenze, nella gestione dell’Aeroporto, può dare l’impressione, dall’esterno, che una storia come quella di Nicola Cariglia sia quella classica di un membro dell’establishment o, come si suole dire dall’uscita dell’omonimo e fortunato saggio di Stella e Rizzo, de La casta.

Ma nella vicenda dell’ex Vice Sindaco del Capoluogo regionale anche il lettore più distratto avrà visto tratti molto diversi da quelli tradizionalmente attribuibili a chi fa parte del “giro giusto”. Intanto perché la famiglia Cariglia nasce sì con la passione viscerale per la cosa pubblica, ma tutto quello che i suoi membri, a cominciare naturalmente da Antonio, riescono a conquistare deriva da un impegno quotidiano, senza particolari “terre al sole” alle spalle, che porterà il capostipite a raggiungere ruoli apicali nel partito, passando indenne attraverso scissioni, riunificazioni e cambiamenti di nome……

Sotto l’ala protettiva di un fratello che cresce esponenzialmente per importanza e si trova presto proiettato a Roma, Nicola fa la sua brava militanza, e la sua prima esperienza amministrativa, nella città natale e poi inizia un’autonoma vita professionale, coronata da successo, alla RAI. Ma non perde mai di vista la politica e, oramai diventato fiorentino d’adozione e “sentinella” di Antonio sul territorio, prima fa l’Assessore nella Giunta di Pentapartito a guida repubblicana (Bonsanti e poi Conti) e poi piazza il colpaccio della Giunta laica e di sinistra, presieduta dal socialista Bogianckino, un Quadripartito anomalo, che va dai comunisti ai liberali, nel quale ricopre la carica di Vice Sindaco.  Queste formule non erano troppo in contrasto con un obiettivo da sempre propugnato dai socialdemocratici: unire le forze laiche e socialiste, a livello politico e amministrativo, pur tenendo in piedi i distinti partiti, perché – come la storia insegna – in politica le fusioni a freddo non funzionano e due più due non fa mai quattro.

Esistono alcune parole chiave nel linguaggio di chi ha fatto parte del PSDI.

Una è “laico”, un campo – nell’accezione data al termine dal sociologo francese Pierre Bourdieu – che indica non solo dei valori diversi da quelli, sempre peraltro molto rispettati, d’ispirazione religiosa ma designa anche un insieme di forze, corrispondenti a quelle che con la DC hanno governato l’Italia, talvolta insieme talvolta alternativamente, dal 1948 al 1992.

Sono quei partiti uniti da una comune visione democratica e da una comune attenzione ai diritti civili e ai valori dell’individuo.

E questo ci conduce verso un‘altra parola “magica”: Occidente. Per chi ha militato nel partito fondato da Giuseppe Saragat, per anni – nell’iconografia comunista – rappresentato come il “servo della CIA” per antonomasia (e non sempre si trovava qualcuno spiritoso nella risposta come il Consigliere comunale di Pescia citato da Cariglia), appartenere all’Occidente e sentirsi occidentali era una scelta esistenziale, certo, ma anche la forma mentis necessaria per unire la tutela dei diritti civili a quella, naturale per chi veniva dal Movimento operaio, dei diritti sociali e dei lavoratori…..

Chi s’immagina che da questa considerazione si arrivi alla terza “parola magica” del socialdemocratico, e che questa parola sia “riformismo”, coglie nel segno.

La parola, che designa l’opzione di ricercare il cambiamento attraverso riforme e non rotture rivoluzionarie e di sistema, oggi è di moda, a sinistra, e la usano tutti, ma i primi a metterla in pratica – anche in termini concreti, come dimostra l’esperienza di assistenza agli anziani e ai cerebrolesi della “Fondazione Turati”, cui si accenna nel finale dell’intervista – furono i socialdemocratici.

Molto prima dei post-comunisti, ovviamente, ma anche assai prima dei fratelli (talvolta un po’ “coltelli”) socialisti, dei quali il nostro interlocutore ricorda i meriti e le indubbie affinità ideologiche ma anche alcune tendenze, soprattutto durante l’era craxiana, alla fagocitazione, e alcune idee, come il Presidenzialismo, mai troppo gradite dai quadri e dai militanti del PSDI.

Il laico, riformista e occidentale Cariglia ha portato con sé l’orgoglio di rappresentare una sinistra diversa, “meno becera, meno prepotente” di quella comunista che dominava a Pistoia, per molti anni tra l’altro assieme al PSI, e di aver avuto, vista come è andata a finire la Guerra Fredda, storicamente ragione.

Nonostante questo orgoglio, non riesce a dimenticare le ingiustizie dell’operazione Tangentopoli (che secondo il nostro intervistato davvero non è stata solo un’operazione giudiziaria), l’amarezza per la via crucis giudiziaria del fratello (conclusasi, ma troppo tardi, col definitivo proscioglimento nel merito per tutti i capi d’accusa) e il rimorso per la scomparsa del partito che in pratica da essa è derivata.

Ma grazie a questo orgoglio, Nicola Cariglia – e con lui tanti altri che, in termini prezzoliniani, potremmo definire apoti del sistema bipolare (“In un partito nel quale si sa in partenza chi ha ragione non posso entrarci, e questo avviene nei partiti attuali”) – continua a proporre idee per dimostrare che una storia antica può produrre ancora domani.

Basta crederci. Basta essere occidentali e di sinistra.

Stralci da “QUELLI CHE…LA SEZIONE”  di Andrea Pannocchia

La militanza politica in Toscana nella Prima Repubblica  – Eclettica Edizioni

Pubblicato in : Invito alla lettura

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