
NAZA è un documentario di 80 minuti diretto dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, già tra gli autori di No Other Land, prodotto da The Guardian e JW Films e presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026. Il film è costruito principalmente sulle testimonianze di ventiquattro militari, ufficiali e appartenenti all’intelligence israeliana, intervistati anonimamente, con volti e voci protetti, sui tetti di Tel Aviv. Raccontano dall’interno sistemi di sorveglianza, raccolta dei dati, individuazione degli obiettivi e procedure utilizzate durante la guerra a Gaza, comprese tecnologie di supporto all’identificazione dei possibili bersagli. Il titolo stesso è parte della tesi del documentario: “NAZA” viene descritto come il termine utilizzato nell’apparato militare per indicare il numero previsto di vittime civili collaterali associate a un attacco. Gli autori sostengono, attraverso queste testimonianze e precedenti inchieste giornalistiche, che tali procedure abbiano consentito un livello sistematico di uccisione di civili palestinesi. È questa la tesi del film, non una sentenza giudiziaria.
Ed è precisamente da qui che parte il cortocircuito. Ventiquattro testimonianze anonime entrano nel circuito mediatico e nel giro di poche ore diventano titoli, post, reel, commenti e infine certezze. La testimonianza diventa prova, la prova diventa verità e la verità diventa sentenza. Gli autori dichiarano di avere verificato identità e ruoli delle proprie fonti, mentre Israele contesta le accuse. In una discussione seria questo dovrebbe aprire il confronto. Nella centrifuga dei social spesso lo chiude.
La leva emotiva è sempre la stessa: vecchi, donne e bambini. Immagini devastanti, impossibili da guardare con indifferenza e proprio per questo perfette per sostituire l’analisi con la reazione. Poco importa che Gaza non sia il teatro di una guerra convenzionale tra due eserciti schierati, riconoscibili e materialmente separati dalla popolazione. Israele combatte Hamas e altri gruppi armati all’interno di uno spazio urbano densissimo, dove combattenti, infrastrutture militari e popolazione civile possono trovarsi nello stesso ambiente. Il diritto internazionale umanitario continua naturalmente ad applicarsi, ma fingere che la realtà operativa sia quella di due eserciti tradizionali che si affrontano su un campo di battaglia significa raccontare un’altra guerra.
Lo stesso Comitato internazionale della Croce Rossa affronta da anni il problema della partecipazione alle ostilità di persone che non sono sempre immediatamente distinguibili dalla popolazione civile. Un individuo può svolgere normalmente attività civili e partecipare direttamente ai combattimenti in altri momenti. Il diritto cerca di disciplinare proprio questa zona estremamente complessa, stabilendo quando un civile perda temporaneamente la protezione dagli attacchi e distinguendo questa condizione dall’appartenenza continuativa a un gruppo armato organizzato. Non è un dettaglio accademico: è uno dei problemi centrali delle guerre asimmetriche.
Poi ci sono gli scudi umani. Quando civili vengono deliberatamente utilizzati per proteggere combattenti, armi, installazioni o obiettivi militari sono scudi umani. Non diventano qualcos’altro perché dirlo disturba la narrazione. Sono persone trasformate in carne da macello dentro una strategia militare. Questo non elimina gli obblighi di chi attacca, ma non elimina neppure la responsabilità di chi utilizza la popolazione civile per proteggere la propria attività militare.
Tutto questo però è troppo complicato per la triturazione social. Molto più semplice mostrare il morto, scegliere il colpevole e chiudere il processo. Nessuno vuole più sapere cosa vi fosse nell’edificio, chi vi operasse, quale fosse l’obiettivo, se vi fossero combattenti, quali precauzioni fossero state adottate o quale fosse la situazione concreta al momento dell’attacco. L’immagine basta. Vecchi e bambini diventano il lasciapassare emotivo con cui milioni di persone possono evitare qualsiasi domanda e contemporaneamente scaricare la propria coscienza: individuo il colpevole, pubblico la mia indignazione e sono a posto.
Nelle guerre la gente muore. È una realtà atroce, non una giustificazione. Muoiono militari e civili, adulti, vecchi e bambini. Proprio per questo esiste il diritto internazionale umanitario, che cerca di stabilire cosa sia lecito, cosa non lo sia e chi debba rispondere delle proprie azioni. Ma sui social la morte del civile viene spesso trasformata direttamente nella prova della tesi successiva: genocidio.
Anche qui il salto è enorme. Genocidio non è il sinonimo giuridico di guerra sanguinosa, bombardamento, devastazione o numero elevato di vittime civili. Richiede elementi specifici, compreso l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo protetto in quanto tale. Al 30 settembre 2026 il procedimento promosso dal Sudafrica contro Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia non si è concluso con una sentenza definitiva sul merito. Parlare di un’accusa, sostenerla o contestarla è una cosa. Presentarla come un fatto giudiziariamente accertato è un’altra.
Nel frattempo migliaia di persone completamente digiune di diritto internazionale spiegano Gaza con la sicurezza di chi ha eliminato ogni dubbio insieme alla complessità. Non conoscono la differenza tra genocidio, crimine di guerra, proporzionalità, obiettivo militare, scudo umano o partecipazione diretta alle ostilità, ma hanno visto il video, letto il post e condiviso la fotografia. Tanto basta. Non occorre conoscere, basta schierarsi.
Il meccanismo si autoalimenta. Una testimonianza genera un articolo, l’articolo cento post, i post migliaia di commenti e a ogni passaggio sparisce un pezzo di contesto. Alla fine non rimane più la fonte ma la conclusione, ripetuta abbastanza volte da sembrare un fatto dimostrato. La quantità sostituisce la verifica e l’emozione sostituisce il ragionamento.
Poi passano dieci giorni e non ne parla quasi più nessuno.
Arriva un altro scandalo, un’altra guerra, un’altra fotografia, un’altra causa universale. Gli esperti di Gaza diventano esperti del nuovo argomento, il feed scorre e l’indignazione cambia bersaglio. Gaza rimane, i morti rimangono, la guerra rimane e le questioni aperte rimangono. A scomparire sono i paladini del momento.
Questa è la fabbrica contemporanea dell’opinione: non approfondire ma moltiplicare, non verificare ma reagire, non capire ma schierarsi. Dieci giorni di indignazione, milioni di condivisioni, migliaia di improvvisati professori di diritto internazionale e poi il silenzio.
Fino al prossimo argomento da consumare.
Piero Terracina

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