
Recensione di Maria Rita Monaco
NAZA
Regia di Yuval Abraham e Rachel Szor
Nel recente passato alla Mostra veneziana chi ha ricevuto il premio speciale della giuria non ha nascosto la delusione: il linguaggio del corpo e più ancora il corrugarsi del volto dei vari vincitori dicevano: “cacchio almeno il leone d’argente me lo potevano anche assegnare: lo meritavo altrochè”.
Diverso il comportamento dei due cineasti israeliani (xìYuval Abraham – Rachel Szor) che durante la conferenza stampa post-premiazione si sono stretti al petto il leoncino nero elargito loro dalla giuria mostrando di gradire molto il premio. Del resto la pellicola in sala ha ottenuto 25 minuti di applausi; sicuramente un record.
Tutto merito del film dei due registi? Ovviamente, la motivazione politica ha fatto aggio sulle immagini riprese. Il ministro israeliano della Cultura Miki Zohar ha mostrato tutto il suo rammarico per la pellicola, richiamando la riforma dei finanziamenti statali al cinema e arrivando a chiedere la revoca della cittadinanza israeliana ai due registi. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir li ha invece invitati – si fa per dire – a lasciare il Paese.
Cerchiamo di essere più equilibrati possibile: Naza significa danni collaterale e trattare a questo modo neonati e bambini travolti dai bombardamenti effettivamente è raccapricciante.
La pellicola si chiude con le immagini di un padre disperato che cerca sotto le macerie il figlio disperso; si può considerare questa ricerca un danno collaterale?
Il film è una intervista ai soldati che, con il senno di poi, si interrogano sugli ordini avuti dallo Stato Maggiore.
Dal 2023 in poi i 70 mila morti sulla striscia di Gaza sono definibili “negek agavi” che nel gergo militare diviene, appunto, “naza”. I soldati, da lontano, vedono, sentono che quegli edifici sono abitati è un massacro pianificato: non ci sono dubbi però…
I due registi alle domande dei giornalisti accreditati alla Mostra veneziana hanno asserito: -abbiamo realizzato questo film spinti dal senso del dovere di utilizzare la nostra posizione di registi e giornalisti israeliani per analizzare i meccanismi che stanno dietro al massacro di civili palestinesi di cui il nostro paese è responsabile.
Durante questi tre anni occorsi per realizzare il progetto, ci siamo posti una domanda, come hanno fatto a suo tempo i nostri nonni: “possiamo disumanizzarci così’”
Tutto vero, ma se la risposta è credere e affermare che Israele è il più grande criminale del mondo, qualche domanda sorge spontanea.
Significa forse che allora è possibile dare la caccia all’ebreo, aggredire i Rabbini, picchiare chi “osa” portare la Kippah, dare dignità all’antisemitismo.
E sempre a proposito di domande … dimenticavo: da Hamas il film è stato apprezzato moltissimo.
Maria Rita Monaco

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