
Sono completamente allibito dal coro unanime di consensi che sta accompagnando Naza. Ma la cosa interessante, ormai, non è nemmeno il film, è ciò che la sua ricezione sta mettendo a nudo.
Che masse già ideologizzate o studenti cresciuti dentro un preciso clima culturale applaudano un prodotto che conferma ciò che pensano è prevedibile.
Il dato inquietante è vedere giornalisti, professori, critici e intellettuali celebrare come opera di verità quello che dovrebbero essere i primi a sottoporre ad analisi.
Perché Naza non si limita a sostenere una tesi: costruisce un processo accusatorio nel quale testimonianze, montaggio e selezione dei materiali convergono nella stessa direzione, mentre il contraddittorio è totalmnte e assente. È un tribunale nel quale l’accusa ha scritto l’atto, scelto i testimoni e pronunciato la sentenza prima ancora che entri la difesa.
Quando la fiction viene recepita come documento, la costruzione narrativa come prova e l’assenza di contraddittorio come irrilevante, il problema non è più la propaganda. È il collasso della cultura Occidentale.
Che questo avvenga proprio nel ceto che dovrebbe esercitare il dubbio, distinguere rappresentazione e realtà, interrogare le fonti e smontare i meccanismoi retorici, dice qualcosa di molto poco rassicurante sul livello attuale degli intellettuali.
È un meccanismo che la storia europea conosce fin troppo bene: fascismi e totalitarismi prosperarono quando una parte del mondo intellettuale rinunciò alla propria funzione critica per trasformarsi in cassa di risonanza di una narrazione politica.
Oggi il fenomeno presenta una perversione ulteriore: molte delle istanze ideologiche vengono percepite come antagoniste, esterne al potere e quindi, per definizione, immuni dalla propaganda.
È proprio questa presunzione di innocenza a renderle più difficili da riconoscere e criticare.
Periodi molto bui.
David Pacifici

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