
di Emanuele Giordana*
Quando agli inizi di agosto la stampa del regime ha pubblicato la prima prova dell’esistenza in vita di Aung San Suu Kyi, rinchiusa da anni in una prigione di Naypyidaw, lo stupore per un incontro tra la leader birmana e un esponente del Comitato internazionale della Croce Rossa è durato poco. Era abbastanza chiaro che il nuovo governo “civile”, nato dalle elezioni farsa conclusesi a gennaio, cercava un riconoscimento formale internazionale. Una riabilitazione agli occhi del mondo rispetto ai suoi tradizionali alleati: Cina, India e Russia, colossi globali su cui il Myanmar già poteva contare e sulle cui elezioni Pechino aveva fortemente insistito. La scelta di mostrare Suu Kyi viva e agli arresti domiciliari, a cui è seguita un’apertura a Dacca sul rimpatrio dei Rohingya, rientra di fatto in una strategia diplomatica e di comunicazione che deve far abbandonare l’idea di un Paese paria, guidato da una feroce giunta di golpisti in divisa che da cinque anni – dal golpe del 2021 – conduce una guerra che non risparmia i civili, uccisi indiscriminatamente da droni e raid aerei, e ha prodotto 100mila morti, oltre 3 milioni e mezzo di sfollati interni e oltre 16 milioni – quasi un terzo della popolazione – in situazione di emergenza alimentare e abitativa. Cui ha spesso negato, nelle aree del conflitto,gli aiuti umanitari necessari.
Il primo cerchio: gli alleati sicuri
La maratona diplomatica di Min Aung Hlaing, eletto presidente dal nuovo Parlamento il 3 aprile 2026 e formalmente in carica dall’11 aprile, inizia un mese e mezzo dopo il suo giuramento con l’incontro del primo ministro indiano Narendra Modi a New Delhi durante la sua visita ufficiale in India, dal 30 maggio al 3 giugno. Nonostante l’esposizione mediatica forte e l’affabilità dell’incontro, l’India non ha però formalmente riconosciuto la legittimità delle elezioni o del regime. Ma Delhi sembra per il momento aver accantonato le cautele che negli anni l’avevano vista chiudere un occhio sulle attività dei gruppi guerriglieri birmani lungo la sua frontiera, cosa che non le aveva comunque mai impedito di commerciare e vendere armi al Myanmar.
Poi, durante la visita di Stato del 15-19 giugno in Cina, Xi Jinping ha ricevuto Min Aung Hlaing e i due governi hanno firmato una dichiarazione congiunta su cooperazione strategica e sostegno alla partecipazione del Myanmar ai meccanismi ASEAN e ONU. Per Min Aung Hlaing, prima di allora mai ricevuto da Xi, è una consacrazione con tappeto rosso, anche se ricevere il presidente e sostenerne il governo non è necessariamente una dichiarazione giuridica di riconoscimento. Pechino è però senza dubbio l’alleato di maggior peso: per la statura internazionale della Cina, il suo controllo sulla lunga frontiera settentrionale, i suoi interessi e la capacità di mediare tra la giunta e alcuni gruppi della Resistenza birmana.
Il caso russo è ancora diverso. Min Aung Hlaing si è recato in Russia nell’agosto 2026 per la prima volta da presidente e ha incontrato Putin il 18. Ma lo aveva già incontrato nel marzo 2025, nell’ultima di quattro visite in Russia come capo della giunta. In agosto Min Aung Hlaing dichiara a Putin che il Myanmar – schierato con Mosca sulla guerra ucraina – rimarrà sempre un alleato fidato della Russia nel Sudest asiatico, pronto a servirne gli interessi.
Il secondo cerchio: la rete di sostegno
Il 21 agosto è la volta della Bielorussia, un contorno importante dei suoi rapporti a occidente: accoglienza calorosa e apertura di un’ambasciata a Minsk. È addirittura più di un riconoscimento formale.
Apparentemente di contorno potrebbe anche sembrare il rafforzamento delle relazioni con Bangkok, che rappresentano invece un passo sostanziale in una direzione che sta molto a cuore a Naypyidaw: il ritorno a pieno titolo nell’ASEAN, l’associazione di 11 Paesi del Sudest asiatico con cui i rapporti sono congelati dal golpe di febbraio. A maggio 2026 l’ASEAN dichiarava di non avere ancora raggiunto un consenso sul riconoscimento dei risultati delle elezioni del Myanmar che continua ad avere una rappresentanza politica limitata nell’Associazione. Min Aung Hlaing però sta ottenendo crescente accettazione diplomatica come presidente da parte di diversi Stati (Cambogia, Laos e Vietnam) e in particolare dalla Thailandia che sta facendo da ponte, e non da oggi, per far riammettere il Myanmar a pieno titolo nell’ASEAN, cosa cui ancora si oppongono Malaysia, Filippine, Indonesia, Singapore e Timor Est.
Sempre in agosto, il generale Ye Win Oo, neocomandante in capo dell’esercito birmano e dunque numero 2 del regime, ha partecipato, accanto al suo omologo thai, generale Ukris Boontanondha, al Comitato Myanmar-Thailandia che si occupa di sicurezza delle frontiere, narcotici, truffe transfrontaliere e cooperazione militare. Ma solo qualche giorno prima il premier Anutin Charnvirakul aveva steso il tappeto rosso al presidente birmano, con una mossa percepita come il segnale che Bangkok è sempre più decisa a dare una mano ai militari golpisti birmani che ora si presentano in abiti civili.
Sullo sfondo, mentre si è conclusa l’operazione di maquillage chiamata da Naypyidaw «piano dei colloqui di pace dei 100 giorni» con una decina di formazioni etniche minori, il regime continua la sua guerra all’opposizione armata e prosegue con il suo piano di coscrizione obbligatoria. Ma il Myanmar sa bene di avere un ruolo cruciale nel mercato globale delle terre rare pesanti, elementi vitali per i magneti permanenti utilizzati in una vasta gamma di applicazioni, dai veicoli elettrici alle turbine eoliche e ai sistemi d’arma ad alta tecnologia. È anche il terzo produttore mondiale di stagno, quasi interamente proveniente – ricorda International Crisis Group – da un’unica miniera in un’enclave controllata dall’Esercito dello Stato Unito Wa. Tutto ciò gioca a suo favore.
D’altro canto, sostiene ICG: “Una riduzione dell’isolamento diplomatico non si tradurrà, tuttavia, in un miglioramento della stabilità regionale. La frammentazione del Myanmar e il debole controllo territoriale delle autorità continueranno a generare minacce transfrontaliere”. L’economia illecita rimane una delle principali preoccupazioni. Il Myanmar è il più grande produttore mondiale di eroina e la principale fonte di droghe sintetiche – metanfetamina, ketamina ed ecstasy – nella regione Asia-Pacifico e “ospita inoltre vasti centri di truffe online, associati al traffico di esseri umani, che coinvolgono almeno 100mila lavoratori e generano decine di miliardi di dollari all’anno.”
Nonostante lo sforzo, non è detto dunque che la maratona diplomatica di Naypyidaw si concluda col successo in cui spera Min Aung Hlaing.
Emanuele Giordana
*Istituto Ispi

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