
Un incipit “tranquillo” Radio Mosca sta trasmettendo un concerto, Stalin ne è talmente ammirato che ordina gli venga portata una registrazione…panico fra il pubblico e gli orchestrali. Non c’è nessuna registrazione …non resta che ripetere il concerto anche se è ormai notte…qualunque altra risposta potrebbe significare deportazione in Siberia. Qualche giorno dopo Stalin viene colto da ictus, non ci sono medici in grado di soccorrerlo (i più bravi sono stati deportati in Siberia, accusati di tradimento) , morirà ma il popolo sarà informato solo due giorni dopo il decesso.
Il film non parla deella morte di Stalin ma di un popolo impaurito, di una gerarchia violenta i cui componenti non si fidano l’uno dell’altro, complottano,temono continuamente di essere destituiti o condannati alla deportazione, hanno obbedito ciecamente a Stalin , complici con lui di molti misfatti e ora temono gli eventi.
Una pagina di storia ? Forse ma riveduta e corretta da un regista, Armando Iannucci, abituato alla satira politica, che trasforma in commedia la morte di un dittatore e i giorni seguenti al suo decesso. Ed ecco che una delle dittature più violente, se non addirittura la più crudele e spietata (con buona pace di chi ancora oggi cerca di sminuire questa tragedia) scorre sullo schermo come una farsa.
Stalin amava tirannizzare anche i suoi più stretti collabotratori, li invitava a cenare e bere vodka con lui, e dopo, li costringeva ad assisstere alla proiezione dei film che lui amava (Iannucci dice che fossero western) , ma pare che nella realtà Stalin amasse i musical americani e non è una riflessione fuorviante quella che ci porta a domandarci come mai i due dittatori più crudeli del secolo scorso (Hitler e Stalin) fossero entrambi innamorati oltre che del potere, del cinema e della musica.
Tutto vero quello che racconta Iannucci? Il film è una continua storia e non storia. Nel momento in cui viene finalmente annunciata la morte del dittatore la notizia scatena una forsennata corsa alla successione. la lotta fra i papabili è senza esclusione di colpi, si complotta, si denuncia l’amico, si ha il terrore di essere epurati.
Quando la commedia diventa noir non si sviluppa indagando su un assassino (quello c’è già, è stato un assassino spietato nei confronti del suo stesso popolo che lo chiamava “piccolo padre” e la commedia (a tratti sbracata) torna ad essere tale quando segue le azioni dei collaboratori più intimi di Stalin e la loro lotta per la successione.
Si può quindi ridere della morte di un despota? Sì, afferma il film, basta però sapere e pensare che gli anni dell’ascesa al potere di Stalin e quelli della sua lunga dittatura furono anni di purghe, deportazioni, tradimenti, assassinii e sterminio di coloro che erano costretti ad osannarlo. Non vorrei che fra una risata e l’altra alcuni si dimenticassero di questa tragedia.
Maria Rita Monaco

Purtroppo non credo all’ingenua buona fede , almeno a quella dei capi comunisti taliani. Non dimentichiamo che tanti, Napolitano in testa (remember?) plaudirono all’invasione in Ungheria con carri armati e compagnia battagliante.
Per questo, non se ne sono resi conto i comunisti italiani e molti altri in tutti questi anni, posso tranquillamente immaginare, che poco o nulla hanno capito i giovani. Transit, così è.
Grazie per l’attenzione e per le notizie sulla Yudina che, ignoranza mia, non conoscevo.Il film mi ha lasciato perplessa perchè non riesco ancora a capire se i giovani, che ignorano tanta parte della storia recente, hanno recepito il terrore di quegli anni.
Brava Maria Rtia, bel pezzo. Stalin amava i musical americani. Il regista russo Allessandrovic ne produsse per lui. Stalin ( acciaio) amava la musica. Una volta ascoltando alla radio il concertobin la maggiore di Wolfang Amadeus Mozart interpretato dalla celebre Maria Yudina, ne chiese una copia. Quando stalin fu trovato morto, pare per un ictus, sul grammofono continuava a girare quel mefesimo disco della Yudina.