
Prima una donna sopravvive alle sostanze con cui lo Stato tenta di ucciderla. Poi arriva il progetto di trasmettere un’altra esecuzione in diretta. È la barbarie che diventa spettacolo.
Il 30 settembre, negli USA, nel carcere di Riverbend, a Nashville, in Tennessee, Christa Pike è sopravvissuta alla somministrazione di due dosi durante la stessa esecuzione. È stata trasferita in ospedale. E ora di nuovo in carcere in attesa di decidere cosa fare.
Una persona affidata alla custodia dello Stato è diventata il corpo sul quale una procedura di morte è stata tentata e ripetuta.
Ora il Pentagono ha annunciato di voler trasmettere online la fucilazione di Nidal Hasan, condannato per l’uccisione di tredici persone a Fort Hood nel 2009. L’esecuzione è prevista per il 3 dicembre, nella stessa base militare del Texas. Il progetto della diretta è stato sostenuto dal segretario alla Difesa Pete Hegseth; Trump ha dichiarato di dover ancora decidere sulla trasmissione.
Certo la gravità dei delitti impone giustizia, protezione della società, rispetto delle vittime. Ma quale insegnamento offre uno Stato che organizza la morte di un prigioniero e invita il pubblico a guardarla? Quale cultura vuole diffondere, quale sentimento vuole alimentare?
Bene ha fatto Leone XIV a ribadire, nella Giornata mondiale contro la pena di morte, che essa è inammissibile perché offende l’inviolabilità e la dignità della persona. Il suo messaggio non citava esplicitamente il progetto americano: affermava un principio valido per tutti, anche per chi ha commesso i crimini più atroci.
Su questo terreno la migliore cultura cattolica incontra la migliore tradizione illuministica e umanistica: la persona conserva diritti che nessun potere può cancellare. La nostra Costituzione dà a questa convinzione una forza giuridica. L’articolo 27 prescrive pene rispettose dell’umanità e orientate alla rieducazione. E stabilisce: “Non è ammessa la pena di morte”.

Amnesty International, nel rapporto pubblicato a maggio 2026, documenta almeno 2.707 esecuzioni nel 2025: il 78% in più rispetto al 2024, il livello più alto dal 1981. Il dato esclude le migliaia di persone che si ritiene siano state giustiziate in Cina, dove le cifre sono segrete. L’Iran, con almeno 2.159 esecuzioni, è il principale responsabile dell’aumento registrato. Seguono Arabia Saudita, Yemen e Stati Uniti.
Negli Usa le esecuzioni sono quasi raddoppiate, passando da 25 a 47: per il diciassettesimo anno consecutivo sono stati l’unico Paese delle Americhe a mettere a morte dei condannati. Eppure, nel mondo, la direzione prevalente rimane quella dell’abolizione: alla fine del 2025, 145 Paesi avevano abbandonato la pena capitale nella legge o nella pratica.
Amnesty ha condannato anche il progetto americano di trasmettere una fucilazione in diretta: aggiungerebbe spettacolarizzazione alla crudeltà, senza prove di una maggiore efficacia nel prevenire i delitti. La difesa della vita deve valere ovunque, a Teheran come a Pechino, a Riad come negli Stati Uniti. Nessun crimine autorizza lo Stato a trasformare la morte di un prigioniero in uno spettacolo.
Vale la pena di ricordare che anche nell’Italia repubblicana qualcuno ha pensato di tornare indietro. Nel 1974 Giorgio Almirante presentò una proposta di legge costituzionale per introdurre la pena capitale per il reato di strage. Nel 1992 anche Gianfranco Fini, allora segretario del MSI, invocò lo stato di guerra interno e la fucilazione degli assassini.
Ma per onestà storica va ricordato anche Ugo La Malfa: durante il sequestro Moro, nel 1978, si dichiarò favorevole, se necessario e per casi specifici, al ripristino della pena di morte.
Proprio per questo dobbiamo difendere i principi e la lettera della nostra Costituzione contraria alla pena di morte e pretendere una condanna inequivocabile degli Stati che la praticano, anche quando a progettare lo spettacolo dell’esecuzione è il governo americano.
La civiltà di uno Stato si misura dal limite che pone alla propria forza soprattutto quando ha davanti una persona completamente nelle sue mani.
“Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio”. Così scriveva nel 1764 Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, capitolo XXVIII, “Della pena di morte”.
La Toscana abolì la pena di morte il 30 novembre 1786, con la riforma penale del granduca Pietro Leopoldo, che abolì anche la tortura. Fu il primo Stato al mondo a compiere questa scelta e ad affermare il rispetto della vita umana.
Di questa storia e di questa cultura dobbiamo essere orgogliosi e insegnarla ai nostri figli e ai nostri nipoti contro la barbarie che imperversa nel mondo.
Enrico Rossi

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