Non c’è dubbio che siamo il Paese delle contraddizioni. Abbiamo uno dei migliori sistemi sanitari dell’Occidente eppure abbiamo scavallato e cominciato l’anno a suon di notizie terribili: mamme che muoiono di parto, da Torino al Veneto, mica laddove pensiamo che di casa la malasanità.
Siamo il Paese in cui per anni ci siamo detti che non eravamo capaci di valorizzare i nostri musei e la nostra arte e, vamolà, nel 2015 abbiamo fatto il boom: aumento stratosferico di visitatori nei musei italiani raggiungendo la bella cifra di 43 milioni di bipedi che hanno messo appunto piede -e speriamo anche testa- in gallerie ed esposizioni, che si sono fatti file per ammirare quadri e sculture. Boom agli Uffizi e al Colosseo e bella ripresa in città come Mantova, Vicenza, Ferrara.
Merito di una politica di beni culturali rinnovata e più moderna, di collegamenti tra industria, finanza, cultura che prima non si vedevano, molto merito va sicuramente al ministro Franceschini che ha visto da subito nel patrimonio culturale la più grande industria del Paese. E bene ha fatto l’altro giorno a Firenze a rendere omaggio a Giovanni Spadolini alla mostra per i 90 anni della nascita, cioè a quel politico e uomo delle istituzioni che fondò proprio nel 1974 il Ministero dei beni culturali.
Siamo il Paese delle grandi bellezze e delle profonde bruttezze. Facciamocene una ragione cercando pure di rimediare a quelle bruttezze che producono morte. La storia degli ospedali certificati, addirittura specializzati in assistenza per le donne, che non garantiscono la vita in una fase così delicata ma anche così clinicamente rutinaria come il parto, merita davvero di essere attentamente studiata, analizzata e riparata.
Quando si parla di “imprevisto” non sempre si esaurisce il problema.
Ogni attività umana, compresa quindi quella ospedaliera, contiene una quota di “imponderabilità”, nonostante tutti i piani codificati, i protocolli, le linee guida: ci può essere quell’angolo oscuro che fa precipitare il tutto. Ma anche l’imponderabilità è da studiare e ridurre. Siamo il sistema sanitario che attacca mani, ricostruisce facce, trapianta cuori e fegati, riabilita arti e muscoli che hanno subito traumi che forse nemmeno Robocop riuscirebbe a sopportare, eppure cadiamo su un parto, su una nascita, su una delle fasi sanitarie e umane più praticate e conosciute nella storia dell’umanità. E c’è di più.
Morire di parto nel Paese degli “ospedali rosa” cioè quelli certificati con le stelle per la loro capacità di seguire nel modo migliore possibile la donna nel momento più delicato della propria vita. E’ successo a fine 2015: il ministro della Sanità aveva premiato più di 200 ospedali riconosciuti con i “bollini rosa” dall’Osservatorio nazionale sulla salute della donna, un bollino che vale per due anni, come per le spiagge o i ristoranti. Una ventina di ospedali in più rispetto al biennio precedente. E’ evidente che qualcosa non funziona.
E’ anche vero che fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce, tradotto fa più notizia una morte di parto di diecimila parti felici, ma è anche vero che una sola morte di parto nel 2016 merita ispezioni ed analisi, indagini e verifiche. Negli episodi degli scorsi giorni solo un ospedale dei 5 coinvolti è stato pienamente assolto, in tutti gli altri sono emersi piccoli o medi problemi che in una procedura ottimale non dovrebbero nemmeno apparire. Se ci applichiamo anche noi italiani siamo bravini.
Non basta la sufficienza o essere discreti. Impariamo dal successo dei musei a praticare una sanità a regola d’arte. Anche nelle operazioni che sembrano più facili e scontate.

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