“Francamente non credo di aver mai fatto un film che non fosse attraversato dall’ossessione” (Amir Naderi)
E per tener fede a queste sue parole il regista ha portato a Venezia (fuori concorso) il suo primo film girato in Italia sulle montagne dell’Alto Adige, con attori italiani, produzione in gran parte italiana e un cast tecnico italiano, escluso regia, sceneggiatura, montaggio e sound design (dello stesso Naderi).
Una montagna, crudele e imponente impedisce ai raggi del sole di raggiungere il povero terreno di Agostino divenuto negli anni pressochè sterile , ma nonostante solleciti e inviti ad abbandonare quel luogo ostile, l’uomo è convinto che le sue radici siano lì (da generazioni hanno vissuto in quella casa, hanno lavorato in quel campo) e quindi in quel luogo deve restare ma quando vede che la sua famiglia è sempre più stremata decide l’impossibile: abbattere a colpi di martello quella montagna che gli impedisce di restare là dove è nato.
Naderi poeticamente tra luci e ombre lavora molto sul suono e l’ossessione , la sfida di
Agostino è l’occasione che tutti riceviamo ma pochi affrontano e i colpi di martello che Agostino continua a dare alla montagna (che non vediamo ma ascoltiamo) diventano musica e ossessione anche per lo spettatore che resta catturato dal suono del martello contro la roccia. Quando sparisce il dialogo si odono solo i colpi e il lamento della montagna, quasi avesse una sua vita. Passano gli anni il volto di Agostino si riempe di rughe fino all’epilogo inaspettato, quando la montagna crolla e sullo schermo si diffonde una luce arancione che rende nuovamente giovani i protagonisti mentre lo spettatore lascia la sala con negli occhi le immagini che raccontano molto di più quello che le parole potrebbero esprimere.
A Naderi è stato attribuito, sempre a Venezia 73 il premio Jager-LeCoultreGlory to the Filmmaker 2016, dedicato ad una personalità che abbia segnato in modo originale il cinema contemporaneo.
Maria Rita Monaco

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