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Mister Euro batte miss Dollaro

Per il nostro Paese un paradosso: un italiano di ferro gestisce l’euro e un’Italia di coccio cerca ancora la sua strada.

di Beppe Facchetti | 4 Settembre 2017

Il nuovo rapporto di forza tra euro e dollaro è stato al centro del summit dei governatori delle banche mondiali di Jackson Hole, svoltosi nello scorso week end nella deliziosa cornice western del Wyoming, conclusosi senza annunci, ma con la significativa inversione dell’importanza dei protagonisti sulla locandina. Cioè con l’Europa più importante degli USA, e scusate se è poco.

E’ stato l’europeo Mario Draghi, infatti, e non l’americana Janet Yellen, a tenere il centro della scena, e questo consente di fare qualche riflessione importante sull’euro, al tempo del sovranista e protezionista Donald Trump, che con il suo “America first” è già riuscito a far danni rilevanti al suo Paese.

E pensare che la Yellen è a capo di una vera Banca centrale, molto importante nella bilancia dei poteri USA, mentre Draghi è banchiere centrale solo fino ad un certo punto, primus inter pares tra 19 governatori nazionali, un paio dei quali, tra cui quello tedesco, non proprio d’accordo con lui.

Ma Draghi porta all’occhiello l’euro, la moneta che la crisi doveva spazzar via e che è invece più forte che mai, anzi troppo forte per il “povero” dollaro. Il cambio ha ora superato la fatidica quota 1,20 e, petrolio a parte, non è cosa buona per settori importanti del nostro export, ma registra un’Europa rafforzata dalle recente elezioni francesi e dai pronostici delle tedesche.

Sullo sfondo, dunque, la politica. Per la Yellen c’è l’ombra massiccia di Donald Trump, che in pochi mesi ha cacciato via tutti, neanche fossero assessori al bilancio del comune di Roma, ma non ha potuto toccare proprio la presidente Fed, che era stata un bersaglio violento da campagna elettorale.

Vero è che il suo mandato è vicino alla scadenza, ma anche Draghi se ne andrà tra un anno e mezzo. Con lui, però, la politica “deve” essere più indulgente, e la Germania – unico vero interlocutore dialettico del capo dell’Eurotower di Francoforte – lo difende non solo con la Merkel ma recentemente persino con il mastino Shaùble.

Mister Euro vince insomma nettamente su Miss dollaro.

E’ più credibile, più autorevole, pur stando sulla costa apparentemente più debole dell’Atlantico, perché l’euro è un baluardo. E tutte le economie dell’area sono in rialzo da 17 trimestri consecutivi. A Jackson Hole solo la Gran Bretagna era assente e anche questo la dice lunga. L’exit si paga.

Dove, se mai, Draghi ancora non ha portato a casa il risultato annunciato (nel 2015 proprio a Jackson Hole) è il rialzo dell’inflazione, che come si sa è una brutta bestia quando sale troppo ma è anche una bel ammortizzatore di debiti e disavanzi quando sta al 2 massimo 2,5%, oltre che essere l’indicatore di una ripresa vera, non solo quella ancora congiunturale che conosce l’Italia, come denunciato dal Governatore Visco a Rimini.

Sarebbe dunque il caso che l’Unione Europea si rendesse conto del suo ruolo nel mondo, che è ancora imprescindibile, perché rappresenta il mercato più ricco, ha appunto una moneta forte e può avere una leadership sui grandi temi della globalizzazione e dell’immigrazione, le emergenze di questa era storica. Quanto il presidente del Parlamento europeo Tajani, precedendo le intese di Parigi, parla di 6 miliardi europei da investire in Africa per affrontare gli squilibri epocali che generano le grandi migrazioni, indica una politica uguale nella consistenza (anche lì 6 miliardi), ma ben diversa nella sostanza da quella della paura che ha consegnato alla Turchia di Erdogan soldi per difendersi e tappare una falla.

Ma si deve anche smettere di pensare che l’Europa sia solo quella di Bruxelles, che è una piccola burocrazia (inferiore per numero di addetti a quella del Comune di Roma), rispetto a responsabilità che sono tutte nazionali. L’Europa è fatta di Stati, ancora ondeggianti tra nazionalismi e protezionismi anacronistici. L’aver affossato il trattato di libero scambio con gli USA non è colpa di Trump, è colpa degli egoismi europei ai tempi di Obama. Eppure, gli elettori europei in questo 2017, hanno risposto con chiarezza ai sospetti di populismo e nazionalismo che sembravano fondati. C’è stata un’indicazione che dovrebbe confortare i vari Governi, il più importante dei quali, quello di Berlino, si avvia alla conferma non tanto della Merkel, quanto di un sistema complessivo, fatto di solide tradizioni politiche cristiano democratiche, liberali e socialiste, senza dar spazio al nuovismo fine a se stesso.

L’Italia, dal canto suo, accarezza ancora le mode emotive del 2016. E l’ultima trovata, quella della doppia moneta di Berlusconi per mediare con Salvini, possiamo permettercela come stravaganza estiva solo perché c’è lo scudo dell’euro. Ci fosse stata la lira, sarebbe stato un autogoal disastroso. L’economia dà in verità segni di rafforzamento e va bene su due fronti decisivi, l’export e il manifatturiero, ma siamo ancora fragili per i rischi politici e una manovra economica ancora tutta da fare, purtroppo sotto elezioni.

Insomma, un italiano di ferro gestisce l’euro e un’Italia di coccio cerca ancora la sua strada. Speriamo di cavarcela.

Beppe Facchetti

Pubblicato in : EditorialeTag: banca centrale, banche, berlusconi, bruxelles, campagna elettorale, crisi, danni, draghi, elezioni, euro, francoforte, germania, globalizzazione, gran bretagna, la germania, leadership, Liberali, lira, manovra, mario draghi, mercato, merkel, mondo, obama, parigi

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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