A pochi mesi dall’inaugurazione della mostra che celebrerà il significato religioso della Sacra Cintola della Vergine, nonché il suo profondo valore simbolico per la comunità civica pratese, voglio portare l’attenzione su alcuni eventi miracolosi attribuiti ad essa fin dai secoli più lontani.
Era giunta dalla Terra Santa nel XII secolo col mercante Michele della famiglia dei Dagomari, che a Gerusalemme aveva sposato una giovane donna, Maria, discendente del sacerdote al quale l’apostolo Tommaso l’aveva donata prima di partire per la missione di evangelizzazione che attraverso la Siria e la Mesopotamia lo avrebbe portato fino all’India e alla Cina. La Vergine infatti aveva prescelto l’apostolo incredulo, unico assente alla sua ascesa al cielo, per offrirgli la cintura durante un’apparizione sul Monte degli Ulivi, come narra il Transitus Mariae, l’apocrifo dello pseudo Giuseppe di Arimatea che, composto fra il II e il V secolo, narra gli ultimi attimi di vita terrena della madre di Cristo.
E’ il pittore Bernardo Daddi, un allievo di Giotto originario anch’egli del Mugello, attivo a Firenze fra il terzo e il quinto decennio del Trecento, fino alla morte nella terribile epidemia di peste del 1348, a narrare gli eventi che prendono avvio con la consegna del prezioso cimelio in uno scrigno di giunco da parte della madre della sposa e con la partenza per mare della coppia verso Prato, dove Maria non giunse mai poiché morì lungo il viaggio. Vi giungeva invece Michele alla metà di agosto dell’anno 1141, quando la città era governata dai consoli Bonfantino, Ridolfino e Errico di Rinuccio e guidava la chiesa di Santo Stefano il Proposto Ildebrando.
Con la cadenza di un racconto illustrato, puntuale e cordiale, di toccante umanità, le sette scene della predella ora conservate nel Museo Civico costituivano parte di un polittico disperso collocato in origine sull’altar maggiore della pieve di Santo Stefano, la chiesa alla quale Michele Dagomari aveva donato la cintola in punto di morte nel 1172 (Figg. 1-3). Senza più la sposa, egli si coricava ogni sera sulla cassapanca dove era nascosta la preziosa reliquia e non si accorgeva dei due angeli che durante il sonno lo sollevavano. Assistettero una notte al miracoloso sollevamento due suoi amici, Gottifredo e Cardo, che esercitavano l’arte di pellicciai, i quali col loro racconto la mattina al risveglio di Michele lo indussero, in mancanza di eredi, a consegnarla come dono ultimo al Proposto Uberto.
Da quel momento, pur fra lo scetticismo della chiesa sulla reale importanza di quella sottile striscia di lana, si verificarono numerosi miracoli.
Se la storia e la leggenda del Sacro Cingolo si trovano descritte in un manoscritto quattrocentesco di Bartolomeo di Pietro Nerucci conservato nella Biblioteca Roncioniana, è nelle carte dell’erudito settecentesco Amadio Baldanzi custodite nell’Archivio di Stato, basate sulla trascrizione di un antico codice, che è possibile seguire la narrazione di questi prodigiosi eventi.
Già il 29 agosto 1173, il giorno della festa della Decollazione del Battista, una donna di nome Gualdrada, «vessata dal demonio», fu portata nella pieve e le fu posata addosso la teca delle sante reliquie. Fu allora che il demonio parlò:«Non portare codesta cassetta contro di me, perché grande virtù esce da quella, la quale me grandemente incede et di questo corpo mi scaccia, et in esso più non mi fa dimorare». Alla domanda di un canonico su quale oggetto lì contenuto lo infastidisse egli rispose gridando: «Al mio dispetto dirò, perché tacere non lo posso, perché entro vi è la Cintura della vostra Maria».
L’imposizione della reliquia sulla testa della posseduta fu sufficiente per far uscire il malefico insieme ad altri due diavoli suoi compagni.
Tre anni dopo giungeva dal paese di Treppio nel pistoiese un’altra indemoniata, Maria, che «benché rustica fosse e nelle Alpi nata … parlava in latino» fra lo stupore dei presenti: anche lei ebbe la grazia dalla Cintola, così come il Proposto del Duomo che il giorno seguente si ritrovò la casa in fiamme, ma, spente queste, miracolosamente integra.
Era giunto il momento di mostrare al popolo pratese la sacra cintura, fatta «di una roba che molto si rassomiglia al pelo di capra, o del cammello; il colore comparisce verde chiaro cha cangia leggermente in cenerognolo, ed è sparsa con nove sottilissimi fili d’oro tessuti; la sua larghezza è di un dito e mezzo, e la sua lunghezza è di un braccio e un quarto di misura fiorentina» (Fig. 4).
Il tentato furto da parte di messer Gherardo, canonico della pieve, che per tre notti cercò di impossessarsi di essa non riuscendo però mai ad uscire dalla chiesa ed indotto così a confessare contrito la sua colpa, persuase i Canonici a conservarla sotto chiave.
La decisione presa nel 1294 di ingrandire la piazza della pieve dal lato di ponente portò alla demolizione di numerose case e torri, ma fu assunta per la necessità di creare un ampio spazio per la grande quantità di popolo che accorreva ormai ad adorare la reliquia. Essa aveva anche il beneficio di rendere più facile il parto e per questo veniva mutilata di alcuni fili strappati dalle sue nappe che erano poi tessuti in un pezzo di velo da porre sulla testa delle donne in travaglio, come quella che partorì sì agevolmente, ma fece scomparire per miracolo il prodigioso velo. Fra la sorpresa delle presenti fu presto chiaro il motivo: quel bambino era il frutto di un adulterio.
Nella ristrutturazione della piazza della pieve ne fecero le spese i Dagomari, che si videro demolito un muro adiacente al campanile dopo un lungo contenzioso: sorgevano infatti le loro case, unite a quelle dei Levaldini, là dove adesso è la sagrestia maggiore con i suoi annessi.
Giungiamo al 1312, all’epoca del Proposto Bartolomeo d’Accorsino, quando nel mese di luglio Giovanni di ser Landetto da Pistoia, detto Musciattino, servitore della Pieve, visti i prodigi della Cintola pensò di rubarla e di portarla nella sua città, ritenendo così di conquistarsi fama e onore. Purtroppo per lui le cose non si misero bene: trafugata dall’altare la cassettina d’avorio in cui era contenuta, subito divenne cieco e si ritrovò a vagare per la chiesa. Accortosi dello scempio tornò in sé e corse a riportarla al suo posto riacquisendo immediatamente la vista, ma la ritrovata sanità lo spinse a rinnovare l’ingiuria e per questo di nuovo diventò cieco: aveva avuto una grazia ma l’aveva perduta per cupidigia. Tentò inizialmente di depistare i Canonici gridando ‘Al ladro’, ma poi si confidò con l’amico compaesano Castaldo sperando che lo aiutasse a fuggire, ma questi corse invece dal Proposto che fece serrare le porte della pieve.
La vicenda è nota: il sacrilego fu consegnato alla giustizia e il 29 luglio fu condannato ad «una morte vituperosa». Tagliategli le mani sulla piazza dal lato di mezzogiorno, una delle quali schizzò sull’architrave della porta presso il campanile macchiando indelebilmente il marmo bianco di sangue, fu poi trascinato sul greto del Bisenzio e arso vivo (Fig. 5) .
Fu questo l’evento che indusse a iniziare la costruzione della cappella della Cintola e a rendere il fatto di imperitura memoria affidando al pittore Bettino l’incarico di dipingere «la fatta giustizia sopra il reo Musciattino» sulle pareti della pieve, poi occultata dalle intonacature, e a replicarla nel chiostro della distrutta chiesa di San Tommaso alla Cannuccia, che sorgeva presso il Castello dell’Imperatore.
Solo nel 1395 la cappella era ultimata e da qui venne mostrata ai fedeli la cintura di Maria (Fig. 6). All’apertura della cassetta si diffuse «un odore tanto soave che pareva fossero adunati diversi profumi, balsami, e fiori i più odorosi», il quale presto inondò l’intera chiesa. All’assistere a questo evento «un sacciuto prete nostrale, che rivestito d’uno sfacciato spirito forte pretendeva farsi beffe della tradizione della Sacra Cintura, licenzioso la dileggiava come cosa apocrifa», ma subito fu colto da un fortissimo tremito. Solo la pentita confessione per le blasfeme parole pronunciate fece cessare il tremore e allora anche la sua veste iniziò ad emanare un profumo fiorato.
Non cessavano intanto i miracoli, come quello compiuto da una croce d’argento che aveva toccato il cingolo su Cammilla, la figlia di Michele Guizzelmi gravemente malata,: un miracolo a metà, invero, che ebbe il solo effetto di allungare la vita della sfortunata bambina di un mese.
Molti furono i fedeli giunti a Prato per adorare la sacra reliquia, da San Francesco d’Assisi e i suoi confratelli, che vi si recarono in preghiera nel 1212, a fra’ Salvi dell’ordine dei Minori Conventuali, che nel settembre 1293 giungeva con un fanciullo fiorentino, Benedetto, accompagnato dal padre Bonafé: il ragazzino era posseduto dal demonio e niente poteva l’acqua benedetta. Poiché era ormai ben nota oltre le mura pratesi la prodigiosità della cintura, confidando nella sua potenza si pensò di portare Benedetto al suo cospetto e subito dal suo corpo di fanciullo uscirono ben diciannove diavoli, anche se l’ultimo di questi volle creare qualche problema dissimulandosi sotto una voce angelica.
La voce dei suoi portenti si sparse ben presto e nobili, principi e porporati arrivarono da ogni parte d’Italia. Nel 1439 durante un’epidemia di peste – una delle innumerevoli che flagellarono la Toscana nel corso dei secoli – giungeva in città Giovanni Paleologo, imperatore di Costantinopoli (Fig. 7), in tempo per ammirare il nuovo pulpito di Donatello, la cui realizzazione era stata permessa dalle crescenti elemosine dei fedeli della Cintola.
Mentre procedevano le opere di abbellimento della cappella, che sullo scorcio del Trecento era stata affrescata da Agnolo Gaddi, arrivavano il lombardo Ottone Visconti, papa Pio II Piccolomini, gli ambasciatori del Portogallo, di Borgogna e di Catalogna, e il conte Gasparo di Vilmercato, segretario del Duca di Milano, il quale, mosso più dalla curiosità che dalla fede, chiese un’ostensione personale, ma la cassetta non ne volle sapere di aprirsi. Solo dopo un suo atto di penitenza le serrature si schiusero ed egli poté adorare la reliquia.
Niente poterono i soldati spagnoli guidati da Raimondo de Cardona che nel 1512 saccheggiarono la città, uccidendo migliaia di suoi abitanti: contro il milite sacrilego che stava per rubare la corona d’oro posata sulla testa della Madonna nella scultura di Giovanni Pisano il Bambino alzò il braccio dicendo: «Fermati, non privare la Madre della corona!».
Con le ultime visite illustri di membri di Casa Medici, accolti con ogni onore, si concludono le memorie del Baldanzi, spinto a questa impresa «dall’amore della Patria e del suo nome, fatto glorioso dalle prerogative che possiede e dalla chiarezza dei suoi concittadini illustri per la Porpora, per la Toga e per le Armi, che nelli andati tempi la resero famosa».
«Se vi piace, ricevetela con gradimento sincero, e se non la gradite fatene quell’uso che giudicate il migliore, perché procurando io non essere mai preso né dall’amore, né dalla rabbia, mi approfitto di passare la mia vita immersa dentro una povertà nobile unita ad una perfetta pace felicemente. Così fate voi».
Carlotta Lenzi Iacomelli








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