Non conosco personalmente il ministro dell’interno Marco Minniti. Ma ricordo che nella seconda metà degli anni ’90, con il sistema politico in disfacimento, era uno dei pochissimi esponenti dell’allora PDS che era possibile coinvolgere in incontri e convegni promossi nell’ambito dell’annaspante area laica e socialista che tentava, purtroppo senza successo, di ricreare un qualche movimento politico attorno al quale ritrovare un nuovo impegno. Questo ricordo è sufficiente a farmelo guardare con simpatia.
Oggi è indubbiamente il ministro più stimato dagli italiani. Può darsi che non le abbia indovinate tutte. Certo non indovinò la mossa di rendere pubblici i nomi dei poliziotti che uccisero, nei pressi della stazione di Sesto San Giovanni, Anis Amri, autore della strage al mercato di Berlino, dove erano morte, il 19 dicembre dello scorso anno, dodici persone. E, se vera, lascia perplessi la notizia, di fonte incerta, secondo la quale si sarebbe “pentito” dello sgombero, a Roma, di piazza Indipendenza, secondo molti realizzato con troppa decisione dalle forze dell’ordine.
Ma al ministro deve essere riconosciuto un merito non da poco. Che finalmente, dopo moltissimi anni, ci fa sentire di avere un ministro dell’interno che si muove, con decisione e secondo una linea coerente. Ha senso dello Stato e non si limita a galleggiare e nemmeno ad improvvisare: sulla sicurezza sembra tenere conto che i diritti devono essere garantiti a tutti e non sulla base di un pietismo peloso; il fenomeno epocale dei migranti lo sta affrontando considerandone tutti i complessi fattori, dai rapporti con l’Europa a quelli con la Libia fino al codice di comportamento delle ONG.
Minniti, pur avendo alle spalle un lungo percorso politico, è arrivato a fare il ministro a sessanta anni, dopo avere ricoperto molti incarichi, prima di partito e poi governativi come sottosegretario, più volte, alla presidenza del consiglio ed ai servizi segreti. Deve essere anche per questo che non ha fatto, da matricola, la stessa brutta figura di tanti suoi colleghi e colleghe dei quali ancora ci si interroga suoi motivi misteriosi che li hanno condotti allo stesso livello governativo.
Il successo di Minniti, piaccia o non piaccia, rappresenta una rivalutazione, a pieno titolo, dei partiti intesi come si intendevano una volta: una scuola. Non per affrontare la vita e gli interessi del proprio partito, ma, più importante, per capire i problemi della gente a livello locale e nazionale e saperne individuare le soluzioni. E’ del tutto evidente che ci sarà sempre chi è più bravo e chi meno. Ma ci saranno risparmiate le figure cacine di tanti improvvisatori e improvvisatrici che hanno calcato le scene politiche degli ultimi venticinque anni.
Mi sia permesso concludere con una annotazione sul presunto eccesso di “violenza” e “decisionismo” che alcuni attribuiscono al ministro. Mi ricordano tanto le critiche che colpivano anni addietro gli esponenti riformisti che si misuravano con esperienze di governo. “Troppo cauti e moderati”, dicevano i soliti sedicenti rivoluzionari nel migliorare le condizioni economiche dei lavoratori. La realtà era ben diversa. I riformisti sapevano che le conquiste dovevano avvenire giorno dopo giorno. E sapevano che – come era solito ripetere Giuseppe Saragat – l’inflazione è la più iniqua delle tasse, perché colpisce i poveri. Infatti, conquiste per i lavoratori come a quei tempi, non ce ne sono più state.
La stessa cosa si può dire per i diritti. L’autorità dello Stato deve essere sempre affermata per garantire i diritti di tutti. Nel caos chi ci va di mezzo sono i più deboli, non le categorie che già godono di privilegi.
Nicola Cariglia

L’autorità, oggi, serve solo a difendere i potenti dalla rabbia e dalle ingiustizie inflitte al popolo dai medesimi politici, piu che a difendere i cittadini comuni. Credo che chiunque, dopo Alfano, avrebbe fatto comunque figura migliore, e che i 40enni siano rottamati invece dai 60enni in su.
La distanza tra la Vera vita della gente e la politica è sempre piu ampia, e questo crea disagi, ingiustizie e sempre piu divario tra casta ricca e protetta e gente comune. Certo, anche Gentiloni almeno non rompe come Renzi, dopo di lui, appunto come per Alfano, chiunque sarebbe stato migliore.
Ma non mi sembrano eccellenti, ormai la normalità è considerata eccellenza politica`? Siamo davvero messi male.
Totalmente condivisibile.
Gianfranco Formicola