Non c’è dubbio che la data spartiacque è stata quella del 14 dicembre 2010. Un 14-12-10 che sarebbe da giocare al lotto vista anche la coincidenza di numerazione a scendere. Cabala permettendo, quella data ha segnato l’inizio di un nuovo governo anche se il governo è sempre quello di Silvio Berlusconi. Nuovo perché con l’uscita dei finiani, comincia -da quella lunga vigilia di Natale 2010- un succedersi di abbandoni e conversioni, di corteggiamenti e riqualificazioni, di abbordaggi e cooptazioni. Un trimestre di ristrutturazione, ma sempre in un clima che il presidente Giorgio Napolitano, dall’America, non ha esitato a definire “di guerriglia politica quotidiana”. Al netto delle polemiche giornaliere su giustizia e nucleare, su profughi e sicurezza, su informazione criminalità, non c’è dubbio che questi quattro mesi hanno registrato e mostrato un bel saliscendi dei ministri in carica. Non solo tra quelli andati e venuti, ma anche tra quelli che ci sono sempre stati e che tuttavia sembrano passati più in secondo piano, più in ombra. Più “in sonno” direbbe qualcuno. E vediamoli allora i ministri su e giù dell’ultimo trimestre berlusconiano. Quello veramente andato via è stato Andrea Ronchi, che si occupava di politiche comunitarie, rapporti con l’Europa insomma. Dalla fronda finiana il governo non ha più un ministro che si rapporta con Bruxelles come missione permanente, ma tanto lo fanno e lo devono fare tutti gli altri, a cominciare dai ministri degli Esteri Franco Frattini e quello degli Interni Roberto Maroni. La recente operazione rimpasto Galan-Romano non ha toccato il ministero dei rapporti con l’Europa perché altrimenti si sarebbe aperto un domino con caselle da chiudere in tantissimi altri settori. E allora ministero congelato, rapporti diffusi e distribuiti sugli altri. Ministro proprio giù, anche di morale, negli ultimi mesi l’abbacchiato Sandro Bondi che non aveva nemmeno più la forza di andare al ministero dei Beni culturali, tanto ne aveva viste e subìte (di tutti i colori) dentro e fuori la sua maggioranza. Nelle ultime settimane con le crisi Giappone e Libia i super ministri in azione sono stati Frattini, La Russa e Maroni. Tanto che un prestigioso osservatore oltre oceano, come il politologo Edward Luttwack, si era acconciato a sentenziare che in fondo pure Silvio Berlusconi poteva dedicarsi ad alcune vicende personali poiché l’amministrazione americana parlava benissimo direttamente con i succitati ministri, super accreditati alla Casa Bianca, al Dipartimento di Stato e al Pentagono. Così va il mondo. Ministri su e giù, e sottosegretari rampanti. Non è sfuggito agli osservatori che per un mese il governo mandava in trasmissioni e talk la sottosegretaria Daniela Santanchè, (non un ministro) così come ultimamente in dibattiti di punta sono stati lanciati il ministro democristiano Enrico Rotondi, attuazione del programma, e la sottosegretaria ai rapporti col Parlamento Laura Ravetto. Quasi scomparse le ministre Giorgia Meloni, allo sport e ai giovani, Mara Carfagna, se non per problemi non prettamente politici, e la ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo, le cui ultime dichiarazioni risalgono all’inizio della tragedia di Fukushima sul nucleare prudente. Un po’ in ombra, da un po’ di tempo, anche Renato Brunetta, ma forse sta studiando. Direte: anche Giulio Tremonti non va nei talk spesso: Vero ma il super Tremonti parla per atti e per sguardi. E quando dice un parola lui vale per sette trasmissioni. Su e giù.
Fabrizio Binacchi

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