
Ho sempre pensato che il Ministero della Cultura dovrebbe essere il dicastero più prestigioso di qualsiasi governo. In un Paese che custodisce la più grande concentrazione di arte, storia e bellezza del mondo, rappresenta il nostro vero biglietto da visita. Eppure, da troppo tempo, viene considerato un ministero minore, spesso affidato a figure rispettabili ma non sempre all’altezza della responsabilità che comporta. È una contraddizione tutta italiana.
Ci riempiamo la bocca parlando del nostro patrimonio culturale, ma raramente gli attribuiamo il peso politico che merita. Le vicende che hanno coinvolto gli ultimi ministri – chi per questioni personali, chi per atteggiamenti poco consoni al ruolo – hanno finito per oscurare la missione stessa del dicastero, distogliendo l’attenzione da ciò che davvero conta. Guidare il Ministero della Cultura non significa soltanto conoscere la storia dell’arte, l’archeologia o la filosofia. Sono competenze preziose, ma da sole non bastano. Occorrono visione strategica, capacità manageriali, sensibilità internazionale e la volontà di innovare. Amministrare il più vasto patrimonio culturale del pianeta richiede qualità che vanno ben oltre il sapere accademico.
Mi torna spesso alla mente una provocazione di Oliviero Toscani. Immaginava un castello ricco di opere d’arte e memorie secolari, dove ad aprire la porta fosse un custode in infradito, canottiera e pantaloni corti che, con uno stuzzicadenti fra i denti, domandava infastidito: “Che volete?”. Una caricatura, certo, ma capace di descrivere meglio di molte analisi il modo in cui talvolta presentiamo al mondo il nostro patrimonio: immenso nel valore, modesto nella cura e nella rappresentazione. Il patrimonio culturale non è soltanto una risorsa economica. È la memoria di un popolo, la sua identità, il filo che lega il passato al futuro. Eppure continuiamo a comportarci come se fosse un bene inesauribile. Venezia è forse l’esempio più evidente: trasformata in un gigantesco scenario del turismo di massa, attraversata frettolosamente da folle che spesso ne colgono solo la superficie.
Per anni abbiamo persino accettato il passaggio delle grandi navi davanti a Piazza San Marco, quasi fosse naturale sacrificare la fragilità della laguna alle esigenze dello spettacolo. La cultura, invece, dovrebbe occupare il centro della politica nazionale. È il settore che più di ogni altro alimenta l’educazione, la ricerca, il turismo di qualità e il prestigio internazionale dell’Italia. Ogni euro investito nella cultura produce conoscenza, sviluppo economico e reputazione. Non è un costo: è l’investimento più intelligente che un Paese come il nostro possa fare.
Per questo continuo a guardare con perplessità alle scelte con cui viene individuato chi deve guidare questo ministero. Basta osservare il livello di competenza e di capacità organizzativa raggiunto da molte delle nostre grandi istituzioni museali per capire che in Italia i talenti non mancano. Ciò che spesso manca è la volontà politica di affidar loro le responsabilità più importanti. Forse il giorno in cui considereremo il Ministero della Cultura il dicastero più prestigioso della Repubblica avremo finalmente compreso quale sia la nostra vera ricchezza. E, soprattutto, avremo imparato a custodirla come merita.
Angelo Santoro

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