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Milano, un clochard morto ogni sei giorni: il fallimento morale di una città che si dice civile

A Milano si muore di freddo. Non per una calamità naturale, non per un evento eccezionale, ma per una precisa scala di priorità politiche. I fatti delle ultime settimane parlano chiaro e non lasciano spazio a retorica o autoassoluzioni. Un ragazzo di 25 anni trovato morto all’alba davanti alla Stazione Centrale, in piazza Luigi Di Savoia, su un giaciglio di fortuna. Un uomo di circa quarant’anni rinvenuto senza vita sotto un ponte in via Padova. Prima ancora Andrea Colombo, 34 anni, morto di ipotermia al capolinea della metropolitana M3. Poi un altro clochard a pochi passi da Cadorna, e un uomo di 55 anni deceduto nel parco di via Solari. Il bilancio è semplice, crudo, difficilmente contestabile: un clochard morto ogni sei giorni nel pieno dell’inverno. Nel cuore di una delle città più ricche d’Europa.

di Luca Rampazzo | 4 Febbraio 2026

A Milano si muore di freddo. Non per una calamità naturale, non per un evento eccezionale, ma per una precisa scala di priorità politiche. I fatti delle ultime settimane parlano chiaro e non lasciano spazio a retorica o autoassoluzioni.

Un ragazzo di 25 anni trovato morto all’alba davanti alla Stazione Centrale, in piazza Luigi Di Savoia, su un giaciglio di fortuna. Un uomo di circa quarant’anni rinvenuto senza vita sotto un ponte in via Padova. Prima ancora Andrea Colombo, 34 anni, morto di ipotermia al capolinea della metropolitana M3. Poi un altro clochard a pochi passi da Cadorna, e un uomo di 55 anni deceduto nel parco di via Solari.

Il bilancio è semplice, crudo, difficilmente contestabile: un clochard morto ogni sei giorni nel pieno dell’inverno. Nel cuore di una delle città più ricche d’Europa.

Milano, però, non è una città priva di risorse. Al contrario, è una città che rivendica con orgoglio investimenti enormi in “cultura”, per un ammontare che sfiora il miliardo di euro tra grandi eventi, fondazioni, operazioni immobiliari presentate come rigenerazione urbana, musei, festival e iniziative di immagine. Tutto legittimo, sulla carta. Ma la domanda diventa inevitabile: che valore ha la cultura se una città accetta che si possa morire assiderati sui marciapiedi?

Il Comune di Milano risponde elencando il piano freddo: posti letto, strutture temporanee, ex mercati, ex scuole, ex cantieri riconvertiti all’emergenza. Un elenco amministrativamente corretto, utile a dimostrare che “qualcosa si è fatto”. Ma i morti restano, e smentiscono ogni narrazione rassicurante.

Perché il problema non è l’assenza totale di interventi. Il problema è la loro insufficienza strutturale. È l’incapacità di intercettare chi vive ai margini più estremi, chi non entra nei circuiti ufficiali, chi non si fida delle istituzioni, chi resta invisibile fino a quando non diventa un corpo senza vita coperto da un telo. Come anche l’assenza di sicurezza nelle strutture, che allontana i più fragili.

Questo non è un fallimento tecnico. È un fallimento morale. Una città che considera la morte per ipotermia come un “effetto collaterale” accettabile ha già deciso, anche senza dirlo apertamente, che alcune vite valgono meno di un’inaugurazione, di un evento, di un progetto culturale ben comunicato.

L’argomento più ricorrente è sempre lo stesso: “Le strutture ci sono, se non le usano non è colpa del Comune”. È un alibi comodo, ma insufficiente. Governare non significa limitarsi a predisporre spazi; significa raggiungere, convincere, proteggere, soprattutto chi non chiede aiuto e chi è più fragile. Significa assumersi la responsabilità di intervenire prima che il freddo diventi una condanna a morte.

Milano ama definirsi europea, inclusiva, progressista. Ma una città davvero civile non misura se stessa dal numero di eventi finanziati o dai metri quadri di un museo. Si misura da quante persone riesce a non lasciare morire per strada.

Finché continueremo a leggere, con cadenza quasi settimanale, di clochard uccisi dal freddo, ogni discorso sulla “capitale della cultura” resterà vuoto. E ogni miliardo speso senza salvare quelle vite continuerà a pesare come una colpa collettiva.

Luca Rampazzo

Pubblicato in : Editoriale

Info Luca Rampazzo

Luca Rampazzo, giornalista, laureato in giurisprudenza, è un imprenditore digitale, AD e cofounder di Leotech, libero professionista nel settore della comunicazione, copywrighter, commerciale e addetto stampa. Editorialista di “Milano Post” e “PensaLibero.it”. Nel tempo libero appassionato di politica e di cultura economica. Tutelato dal WWF in quanto liberista e conservatore, sogna un giorno di poter uscire dalla riserva in cui viene protetto in questo paese dove il liberismo viene trattato gratuitamente dal SSN.

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