Ho vissuto con interesse e attenzione il dibattito che si è sviluppato sulle pagine de leragioni.it nel corso di questa settimana. Hanno trovato terreno di confronto due modi di pensare le politiche, i disagi, il consenso. E confrontarsi è di per sé un bene. Non penso però che la semplice ricomposizione delle fratture, o ancor peggio infilare i cocci sotto il tappeto, possa rivelarsi un valore aggiunto. Anzi, credo che, nella difficile sfida che Milano rappresenta per la sinistra, avanzare per scelte sia necessario e che si possa scegliere solo tra proposte definite, differenti e persino alternative.
Prima di tutto i fatti. E’ dal 1992 che la sinistra a Milano perde. Allora diventò sindaco l’ex PCI Giampiero Borghini. Da Formentini alla Moratti Milano è diventata, da laboratorio per la sinistra riformista, il giardino di casa della destra. E bisogna chiedersi perché. Una sinistra che ha umiliato e estromesso dal suo corpo le sue culture profondamente radicate (socialisti, repubblicani, liberali, laico-radicali), una sinistra che ha surrogato il desiderio di giustizia sociale con il giustizialismo, una sinistra che preferisce il salotto foderato di perbenismo alla complessità dei luoghi di produzione e lavoro: ecco la sinistra che non vincerà mai a Milano.
Abbiamo un anno da qui alle elezioni e dobbiamo decidere che città vogliamo e con quali gambe vogliamo raggiungerla.
Il che significa accettare le sfide. A partire dalle periferie, dove è necessario rilanciare investimenti consistenti di edilizia economico-popolare, passando per il rinnovamento del centro-città attraverso la trasformazione delle aree di San Vittore e del Tribunale, il rilancio della zona San Siro dopo lo spostamento, che sembra ormai inevitabile, delle aree tradizionalmente destinate al trotto. E il PGT, argomento sul quale il Pd milanese è in colpevole ritardo.
All’orizzonte c’è l’EXPO, che può rappresentare un’occasione straordinaria di rilancio e di riconfigurazione della città. Bisogna però che si chiedano interventi, anche legislativi, per mettere in condizione il mondo del lavoro milanese di poter sfruttare al massimo le risorse di EXPO senza che questo si traduca in effetto fisarmonica sull’occupazione e, in ogni caso, in ulteriore precarietà.
E la cultura. Non spetterebbe a una forza progressista adoperarsi perché i quartieri periferici possano essere teatro di iniziative di arricchimento culturale, attivando i consigli di zona allo scopo di promuovere e incentivare iniziative nelle biblioteche rionali, nei saloni consiliari e parrocchiali, nelle bocciofile e nei centri sportivi? Oppure possiamo accontentarci delle sole iniziative culturali nel centro città, per carità lodevoli, ma che poco incidono sulla vivibilità delle periferie e sulla qualità della vita di tanti milanesi?
E poi ci sono i trasporti, la sfida dell’immigrazione, la questione Linate. La politica c’è, basta volerla fare. E’ necessario però ripensare se stessi e avere il coraggio di frequentare il futuro, i nuovi bisogni, le nuove professionalità, guardare al di là degli immaginifici elettorati di riferimento e aprirsi al cambiamento, diventandone allo stesso tempo interlocutori e promotori. Cosa ne pensano i candidati coordinatori del Pd?
Tomaso Greco – www.leragioni.it

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