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Milano non deve essere un albergo

L’avventura milanese di Max Mariola sembra essere durata lo spazio di una stagione. Nel giro di poco più di due anni lo chef romano aveva aperto tre ristoranti, trasformandoli rapidamente in locali alla moda. Oggi due hanno già chiuso, mentre soltanto quello di Brera resta aperto. Mariola ha scelto di trasferirsi con la famiglia a Bali, dove intende realizzare un resort di lusso affiancato da una fattoria tropicale. Tornerà in Italia soltanto per alcuni mesi all’anno.

di Luca Rampazzo | 11 Settembre 2026

L’avventura milanese di Max Mariola sembra essere durata lo spazio di una stagione. Nel giro di poco più di due anni lo chef romano aveva aperto tre ristoranti, trasformandoli rapidamente in locali alla moda. Oggi due hanno già chiuso, mentre soltanto quello di Brera resta aperto. Mariola ha scelto di trasferirsi con la famiglia a Bali, dove intende realizzare un resort di lusso affiancato da una fattoria tropicale. Tornerà in Italia soltanto per alcuni mesi all’anno.

La sua è una scelta personale e imprenditoriale pienamente legittima. Sarebbe ingeneroso attribuirgli responsabilità che non ha o trasformare una decisione privata in un processo pubblico. Eppure questa vicenda racconta qualcosa di Milano e del modo in cui la città viene ormai vissuta da troppi: come un luogo nel quale arrivare, prendere ciò che serve e ripartire.

Milano sembra essere diventata una città usa e getta. Si apre un locale, si sfrutta il richiamo di un quartiere, si cavalca una moda, si intercetta una clientela disponibile a pagare l’esperienza del momento. Se il progetto funziona si incassa, se non funziona si chiude e si passa oltre. Restano le insegne spente, i lavoratori che devono cercare un’altra occupazione e gli spazi che attendono il prossimo esperimento commerciale.

Non riguarda naturalmente soltanto la ristorazione. Lo stesso meccanismo attraversa il mercato immobiliare, il turismo, la moda, l’università e perfino il lavoro. Milano attira persone, capitali e idee, ma sempre più raramente riesce a trasformarli in appartenenza. Molti vengono per costruire una carriera, guadagnare, studiare o vivere qualche anno nella città delle opportunità. Pochi decidono davvero di fermarsi, mettere radici e restituire qualcosa al luogo che li ha accolti.

Anche perché fermarsi è diventato difficile. Le case costano troppo, gli affitti sono proibitivi, i locali storici vengono sostituiti da format replicabili e interi quartieri cambiano volto seguendo il ritmo delle mode e dei rendimenti immobiliari. La città corre, ma spesso non sa più verso dove. Produce ricchezza, ma consuma relazioni. Crea occasioni, ma rende sempre più complicato costruire una vita normale.

Il paradosso è che Milano continua a raccontarsi come una comunità aperta e inclusiva, mentre rischia di diventare semplicemente una piattaforma. Un posto efficiente nel quale lavorare, investire, divertirsi e poi ripartire. Una città piena di residenti temporanei, professionisti di passaggio, studenti che non possono permettersi di restare e imprenditori pronti a spostarsi verso il prossimo mercato promettente.

Una città, però, non vive soltanto di fatturati, aperture, eventi e presenze turistiche. Vive di persone che scelgono di prendersene cura anche quando la moda cambia, il mercato rallenta e le difficoltà aumentano. Vive di commercianti che conoscono il quartiere, famiglie che crescono i figli, lavoratori che possono permettersi una casa e imprenditori che non considerano ogni serranda soltanto una voce di bilancio.

La partenza di uno chef famoso non è una tragedia per Milano. È però un’immagine efficace della sua fragilità: si arriva rapidamente, si occupa la scena e altrettanto rapidamente si scompare. Milano non può continuare a essere una vetrina da affittare per qualche stagione. Non deve essere un albergo nel quale ciascuno prende una stanza, consuma ciò che gli serve e lascia le chiavi alla reception. Deve tornare a essere una casa. E una casa si abita, si rispetta e, soprattutto, si costruisce insieme.

Luca Rampazzo

Pubblicato in : Editoriale

Info Luca Rampazzo

Luca Rampazzo, giornalista, laureato in giurisprudenza, è un imprenditore digitale, AD e cofounder di Leotech, libero professionista nel settore della comunicazione, copywrighter, commerciale e addetto stampa. Editorialista di “Milano Post” e “PensaLibero.it”. Nel tempo libero appassionato di politica e di cultura economica. Tutelato dal WWF in quanto liberista e conservatore, sogna un giorno di poter uscire dalla riserva in cui viene protetto in questo paese dove il liberismo viene trattato gratuitamente dal SSN.

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