
Questa volta non servono i missili. Basta Londra.
Ogni volta che si parla di Israele, il rischio di dire sciocchezze è enorme. La sua storia è troppo lunga, tormentata e complessa per essere ridotta a uno slogan. Se poi si tira fuori Mosè, siamo già oltre la politica, dentro la religione e la memoria. Un campo minato. Allora facciamo una cosa più semplice: parliamo di Netanyahu. Bibi è diventato il bersaglio perfetto. Ha un volto riconoscibile, una lunga carriera politica e, soprattutto, porta sulle proprie spalle il peso delle decisioni del suo governo. Con le prossime elezioni all’orizzonte, la domanda potrebbe essere semplice: gli israeliani vogliono ancora Netanyahu? Forse quelle elezioni saranno un referendum su di lui. Ma anche sulla direzione imboccata da Israele e sulla capacità del suo governo di mantenerla nonostante le crescenti pressioni internazionali. Gli inglesi, che con le scommesse hanno una familiarità secolare, hanno già cominciato a fare i conti. I bookmaker guardano le probabilità, non i sentimenti. E il governo israeliano non sembra godere dei favori dei pronostici, mentre da Londra e da altre capitali europee arrivano segnali sempre più severi. Il bersaglio ufficiale sono soprattutto i coloni e le politiche nei territori contesi. Ma sarebbe ingenuo pensare che il messaggio finisca lì. Quando un governo occidentale aumenta la pressione diplomatica su Israele, inevitabilmente mette sotto pressione anche Netanyahu. Non rompe i rapporti, non lo delegittima apertamente, non arriva alla misura estrema. Ma gli fa capire che il credito politico non è illimitato. È un bombardamento senza bombe. Si colpisce l’immagine internazionale, si complicano le relazioni diplomatiche, si minacciano interessi economici. E soprattutto si insinua una domanda destinata prima o poi ad arrivare agli elettori israeliani: quanto ci sta costando continuare così? È una domanda pericolosa per qualsiasi governo. Il problema è che Netanyahu non è più soltanto Netanyahu. È diventato un simbolo. Per i suoi sostenitori è l’uomo della sicurezza, quello che non arretra quando Israele è minacciato. Per i suoi avversari è il leader che ha portato il Paese verso un crescente isolamento e ha trasformato una drammatica questione nazionale in una partita politica personale. Ed è qui che la pressione internazionale può diventare decisiva. Non perché Londra possa scegliere il prossimo premier israeliano. Non può farlo. E guai se potesse. Ma perché può modificare il contesto nel quale gli israeliani saranno chiamati a scegliere. Può rendere più difficile governare come prima e trasformare ogni decisione in un problema diplomatico. Può far entrare nelle case israeliane una domanda che nessun leader ama sentirsi rivolgere: ne vale ancora la pena? Attenzione, però: la pressione straniera potrebbe produrre l’effetto opposto. Israele è un Paese abituato a sentirsi sotto minaccia. E quando un popolo si percepisce accerchiato, spesso non cambia cavallo: si stringe intorno a quello che ha già. Netanyahu potrebbe quindi trasformare Londra, Bruxelles e le altre capitali europee nei protagonisti involontari della propria campagna elettorale: non stanno cercando soltanto di fermare me; stanno cercando di dirvi come dovete governare il vostro Paese. Sarebbe un argomento politicamente formidabile. Per questo la partita è tutt’altro che chiusa. L’Inghilterra può alzare la voce, l’Europa minacciare sanzioni, i governi prendere le distanze. I diplomatici possono protestare, ammonire, convocarsi e produrre comunicati. Ma nessuno di loro avrà l’ultima parola. L’ultima parola spetterà agli israeliani. E allora il vero bombardamento potrebbe non arrivare dal cielo. Potrebbe arrivare dalle urne. Perché alla fine Netanyahu non dovrà convincere Londra, Bruxelles o Washington. Dovrà convincere il proprio popolo. Se gli israeliani decideranno che Bibi ha ancora il diritto di guidarli, tutti gli avvertimenti occidentali resteranno quello che sono: rumore diplomatico. Se invece decideranno che è arrivato il momento di cambiare, scopriremo che per abbattere un governo non servono bombe, sanzioni o ultimatum. A volte basta una matita.
Angelo Santoro

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