
Il centrodestra a Milano ha compiuto un clamoroso harakiri politico. Ed è un peccato, perché raramente come questa volta la partita appariva davvero aperta. La giunta di Giuseppe Sala attraversa una fase di evidente difficoltà: il consenso personale del sindaco non è più quello di qualche anno fa, le polemiche sull’urbanistica continuano a pesare, la vicenda legata all’inchiesta sull’operazione “Finalter” ha lasciato il segno e il dossier San Siro continua a dividere cittadini e istituzioni.
Era il momento giusto per costruire un’alternativa credibile. Serviva un candidato autorevole, un programma capace di parlare alla Milano del futuro e una classe dirigente pronta a interpretare il desiderio di cambiamento presente in una parte della città. Invece è accaduto esattamente il contrario.
La rinuncia di Carlo Cottarelli, dopo settimane di indiscrezioni che lo davano tra i possibili protagonisti, è diventata il simbolo di una strategia inesistente. Mentre il centrosinistra, pur con molte incertezze, continua a discutere dei nomi di Mario Calabresi e di altri possibili candidati che potrebbero emergere dopo l’estate, il centrodestra appare fermo, incapace perfino di scendere realmente in campo.
Eppure le idee non mancavano. Milano avrebbe bisogno di una grande visione: una città che torni a investire sulla cultura diffusa, sui teatri, sulle università, sulla ricerca, sul recupero della propria identità civile e della sua storica borghesia riformista. Una città che non viva soltanto di grandi eventi, di settimane della moda e del design, ma che ritrovi un’anima e un progetto capace di guardare ai prossimi vent’anni.
In questa vicenda pesa inevitabilmente anche il ruolo della leadership. Ignazio La Russa è una figura di grande esperienza istituzionale, ma non è Silvio Berlusconi, che per anni è stato il naturale punto di sintesi del centrodestra. Oggi manca una guida politica capace di comporre le diverse anime della coalizione e di assumere decisioni tempestive. Ma le responsabilità non possono essere attribuite a una sola persona: quando un intero gruppo dirigente arriva impreparato a un appuntamento così importante, è evidente che il problema è più profondo.
Forse esiste ancora il tempo per recuperare terreno. Servirebbe uno scatto di orgoglio, la capacità di individuare rapidamente un candidato credibile e soprattutto un progetto che rimetta Milano al centro del dibattito nazionale. Perché una città come Milano ha bisogno di una competizione politica vera, di idee contrapposte, di programmi alternativi.
Una democrazia senza un’opposizione forte impoverisce anche chi governa. E oggi il rischio è proprio questo: una città immobile, più impegnata a discutere di nomi che del proprio futuro. Milano merita molto di più.
Roberto Caputo

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