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Migranti: tra soccorso e favoreggiamento

Dal 2014 ad oggi sono ben 11 le Ong (Moas, Medici Senza Frontiere, Sea Watch, SOS Méditerranée, ecc.) che operano nel Canale di Sicilia.

di Onofrio Spinetti | 27 Marzo 2017

La Procura della Repubblica di Catania sta conducendo un’inchiesta conoscitiva nei confronti delle Ong che attualmente operano nel Mar Mediterraneo, nell’ambito dell’ormai persistente fenomeno migratorio. L’inchiesta, in corso da circa un mese, nasce dalla denuncia di Frontex, che accusa le organizzazioni umanitarie di agire da “taxi” fra la Libia e l’Europa.

Secondo il rapporto dell’Agenzia europea, talune delle imbarcazioni delle Ong si muovono in accordo con i trafficanti di vite umane, arrivando a comunicare la propria posizione a questi ultimi e spingendosi all’interno delle acque territoriali libiche, facilitando così il lavoro delle organizzazioni criminali presenti in Libia.

L’attività di S&R delle Ong nel Mediterraneo
Dal 2014 ad oggi sono ben 11 le Ong (Moas, Medici Senza Frontiere, Sea Watch, SOS Méditerranée, ecc.) che operano nel Canale di Sicilia con l’obiettivo di soccorrere migranti e richiedenti asilo che tentano, con mezzi di fortuna, la traversata fra i due Continenti; lo fanno avvalendosi di 14 imbarcazioni convertite e attrezzate esclusivamente per il Search and Rescue.

Risulta opportuno chiarire, a questo punto, quale sia la disciplina di riferimento, qual è l’attività svolta da queste organizzazioni e fino a che punto possa essere considerata lecita.

L’obbligo di soccorso imposto al comandante di ogni nave, dall’art. 98 comma 1 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UnClos), firmata il 10 dicembre 1982, e dal Cap. V – Reg. 33 della Convenzione per la salvaguardia della vita in mare (Solas), entrata in vigore nel 1965, risulta la base normativa su cui si fonda il lavoro delle Ong.

Le modalità d’intervento delle Ong
Il loro intervento avviene tramite il pattugliamento e l’individuazione a vista delle cosiddette imbarcazioni nascoste (così denominate perché prive di qualsiasi mezzo per segnalare la propria posizione) oppure tramite la risposta alle richieste di aiuto delle imbarcazioni che, invece, hanno la possibilità di comunicare la loro posizione.

In entrambi i casi è l’Imrcc l’autorità competente che richiede l’intervento delle navi e coordina i soccorsi che, per le evidenti difficoltà legate alla vasta area di operazioni, possono essere affidati esclusivamente alle imbarcazioni umanitarie o essere condotti da forze militari e/o di polizia (queste possono richiedere il supporto delle imbarcazioni presenti in zona e, nello specifico, delle navi appartenenti alle organizzazioni in questione).

L’attività di ricerca e soccorso condotta dalle Ong non ha, quindi, specifici riferimenti normativi e si fonda su tutte quelle regole relative al soccorso in mare che sarebbero applicabili a qualsiasi imbarcazione civile.

Lo “stato di pericolo” per distinguere soccorritori e trafficanti
Nessun dubbio di liceità si pone nel caso in cui siano imbarcazioni militari o di polizia ad intervenire nel soccorso dei “barconi” provenienti dalla Libia – perplessità che invece può nascere qualora siano i privati a svolgere queste attività.

A ben vedere, un tribunale italiano già si è espresso in un caso molto simile: nel 2009 il Tribunale di Agrigento assolse il comandante e l’equipaggio della Cap Anamur (mercantile appartenente all’omonima Ong tedesca), imputati del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il Tribunale sosteneva che, avendo l’imbarcazione umanitaria soccorso dei migranti che si trovavano in stato di pericolo, la condotta trovava giustificazione nella disciplina dell’art. 51 c.p. per “aver adempiuto ad un obbligo imposto da una norma giuridica internazionale”.

Secondo questa impostazione sarebbe la situazione di pericolo in cui versa l’imbarcazione ad attivare l’impianto di norme internazionali che obbligano al soccorso in mare e, in ultima analisi, a rendere lecita l’attività posta in essere da chi privatamente svolge questi interventi.

Di conseguenza, sarà da considerarsi legittima e conforme ai canoni internazionali relativi al soccorso in mare l’attività delle navi private che soccorrono le imbarcazioni alla deriva e prive delle dotazioni di sicurezza o dei presidi medici essenziali, perché rientranti in una situazione di pericolo secondo le consuetudini marittime.

Non si dovrà giungere alla stessa conclusione nei casi in cui questa situazione venga sostanzialmente “simulata” da trafficanti e soccorritori in accordo, per il fine ultimo di sbarcare i migranti in Italia o altri stati costieri europei. Condotta, quest’ultima, da considerarsi penalmente rilevante, perlomeno per l’ordinamento italiano, e perseguibile dalle autorità nazionali che operano in una vastissima porzione del Mar Mediterraneo.

Resta perciò da chiarire chi intraprenda un’attività di traffico illecito di vite umane mascherandola come “soccorso” e chi, in maniera del tutto lecita, svolge attività di S&R in uno scenario complesso, ponendosi come supporto alle autorità preposte e non come alternativa ad esse.

Un chiarimento più che mai indispensabile al fine di distinguere coloro che lucrano su una situazione oltremodo critica e complessa da coloro che, lodevolmente e senza pretendere un compenso, si affiancano alla Marina Militare, alla Guardia Costiera e a tutte le altre autorità che tanto stanno facendo per salvare vite umane in mare.

 

Onofrio Spinetti    (affarinternazionali.it)

Onofrio Spinetti laureato in giurisprudenza all’Università degli Studi di Bari con una tesi in diritto internazionale dal titolo “Le ONG e il soccorso in mare”.

Pubblicato in : Primo pianoTag: bari, comandante, giurisprudenza, italia, lavoro, libia, mare, medici, organizzazioni, polizia, repubblica, sicilia

Info Onofrio Spinetti

Onofrio Spinetti laureato in giurisprudenza all’Università degli Studi di Bari con una tesi in diritto internazionale dal titolo “Le ONG e il soccorso in mare”.

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