
Da quello che trapela, l’incontro di Miami del 30 novembre 2025 tra la delegazione ucraina guidata da Rustem Umerov e i rappresentanti statunitensi Marco Rubio, Steve Witkoff e Jared Kushner è stato l’ennesimo flop, il sequel stanco di un piano già fallito in partenza, costruito su un’idea di fondo semplice e tossica: convincere Kiev a cedere pezzi di territorio alla Russia in cambio di una “pace” di facciata.
Il messaggio implicito è questo
tu rinunci a una parte del tuo paese, noi ti garantiamo che il resto può tirare avanti, congeliamo il fronte, ci raccontiamo che la guerra è finita e andiamo avanti come se nulla fosse. È la solita logica del compromesso al ribasso: invece di fermare l’aggressore, si chiede all’aggredito di adattarsi al fatto compiuto e di metterci pure la firma.
Questo film lo abbiamo già visto. Una volta che legittimi la logica del “ti prendo un pezzo oggi, poi si vedrà”, non stai costruendo pace, stai solo comprando tempo. Stai dicendo a chi ha invaso che il metodo funziona: alza la tensione, bombarda, tieni il coltello alla gola abbastanza a lungo e, prima o poi, qualcuno dall’altra parte inizierà a suggerire “qualche concessione” pur di chiudere la pratica. È il manuale base del ricatto geopolitico.
In più c’è un cortocircuito enorme. A parole si parla di difesa dell’ordine internazionale, confini inviolabili, sovranità nazionale. Nei fatti, il piano che continua a riaffiorare, in versioni più o meno addolcite, è sempre lo stesso: sacrificare una parte dell’Ucraina sul tavolo negoziale per poter dire alle rispettive opinioni pubbliche “abbiamo trovato una soluzione”. Non è diplomazia, è cosmetica. Si congela il conflitto, ma la mina resta sotto il tappeto.
Dentro questo quadro si inserisce l’ennesima bufala trumpiana: un piano spacciato come scorciatoia geniale verso la pace che in realtà non trova appigli seri tra le parti e non ha la più elementare attuabilità concreta. Nessuno dei soggetti realmente coinvolti può permettersi di firmare una resa mascherata da compromesso, solo per reggere l’ennesima messa in scena mediatica costruita per gonfiare l’ego di chi la propone.
Dal lato ucraino è veleno puro. Non stai solo chiedendo di rinunciare a dei chilometri quadrati su una mappa. Stai chiedendo di accettare che chi ha bombardato le tue città, deportato la tua gente e distrutto le tue infrastrutture venga premiato con un guadagno territoriale. È un messaggio devastante per la popolazione e per chi ha combattuto e perso qualcuno. Come gli spieghi che alla fine “è stato necessario cedere qualcosa”?
Il flop di Miami non è un incidente di percorso, è il sintomo di un impianto sbagliato alla radice: l’illusione che la guerra si possa chiudere chiedendo all’aggredito di arretrare ancora un po’, invece di affrontare il nodo vero, cioè un’aggressione mai davvero fermata, solo amministrata a colpi di vertici, piani riscritti e mezze concessioni travestite da pragmatismo.
Piero Terracina

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