
Cantieri e lavori in ogni dove e conseguenti disagi orari ed economici di rilevante portata in zone chiave del centro. In questi giorni e in questi mesi i tassisti di Roma prima di partire (ammesso che lo trovi il taxi) ti chiedono: quanto tempo ha? Mica male, in vista del Giubileo. “Aaaamèètro” è la salvezza nonostante tutto.
La famosa “aaamètro” tutto attaccato. Un’epopea. Ma una salvezza, nonostante tutto. Venti minuti e mezz’ora da vera sardina nella metro di Roma Capitale. Che se non fosse scritto “capitale” poco cambierebbe. Eppure, in questi giorni, in questi mesi, forse per i prossimi due anni, si dovrà preferire la “mètro” -anzì con tre è- (a Roma si dice così, non il “metrò” come dicono a Milano alla francese) ai trasporti di superficie per cantieri e lavori in ogni dove e conseguenti disagi orari ed economici di rilevante portata. In questi giorni e in questi mesi i tassisti di Roma prima di partire (ammesso che lo trovi il taxi) ti chiedono: quanto tempo ha? Sì perché se tu prendi un taxi a via delle Fornaci, metti caso che lo trovi, e devi andare a Termini, la stazione, devi far conto di passare da corso Vittorio e largo Argentina dove ci sono i lavori e quindi devi fare deviazioni, a meno che tu, il tassista o la sorte non sappiate passare da altri pertugi e svincoli sotto teatro o sotto fori beh si debbono mettere in conto decine e decine di minuti in più. Una corsa, diciamo una corsetta tassistica, che prima durava venti minuti può durare anche 40 o 50 minuti. Nel traffico romano pre giubilare. E’ un corso alle formate dei taxi, alle fermate degli autobus, alle fer,ate della mèèètro: chissà cosa succederà per il Giubileo. Manca poco più di un anno, meno di 13 mesi all’apertura della Porta Santa e qui, dicono in tanti, siamo ancora tutti per aria. Quindi nonostante tutto eccoci in mèèètro.
A Ottaviano c’è più ressa del solito. Clima di ressa e di resa, dei conti.
Sotto il ri-solito odore di galleria caldo umida ferrosa, puzza di pipì, di sudore internazionale.
Bambini sulla schiena di giovani madri, forse tedesche, guardano il caos metropolitano romano quotidiano. Un gruppo di giovani catalani, si sente si capisce, cantano qualcosa forse di religioso. “Sanpedro, sanpedro” urla una giovane morissima. Un corteo malmostoso e scomposto si avvia mesto al binario. Rumore di mille passi che s’affonda nella frenata cigolata del treno per Battistini. Di là.
Alla banchina per Anagnina siamo già troppi. È evidente che sarà lotta dura per salire. Lotta dura con paura. Lotta quotidiana per la metropolitana. Ma il peggio deve ancora venire. O arrivare. Sul treno che appunto arriva lento lentino c’è già il pienone delle feste. Si fa per dire feste. Tutti speriamo: scenderanno. Macché, macché scendono in tredici saliamo in trecento.
Ci pigiamo quasi subito consapevoli del nostro destino di sardine sudate, e a Lepanto ci facciamo più che sardine, respirando ognuno sul collo del vicino, tanti si cementano accanto alle porte, e in mezzo al vagone per sorte si appalesa una ressa di mani alzate quasi ad arrendersi, indugiano e cercano al contempo un insperato e inspirato appoggio.
Un giovane lucano, chiaro che è lucano dall’accento, appena salito s’appoggia e si stipa, ma ha il tempo e il modo di raccontare all’amica, forse avìta e forse avuta, l’ultima avventura d’amore con la “lei” che si era allontanata per un po’ e che poi l’aveva ricercato, e che la” carne è dèbbole” ed è bello vedere il coraggio di chi legge un libro, parla al telefono o chiacchiera d’amore in questo mondo metropolitano inferiore e superiore al contempo, e intanto la ressa si fa più pigiata, straripata, trafelata, e a Flaminio entra altra gente.
Ma oggi sono tutti qui, pensiamo tutti. Un gruppo di francesi si spezza, le porte si chiudono sulla spalla di una bionda signora nordica, nei meandri di corpi e zainetti s’infila una giovane asiatica piccolina e abbronzatina, che calpesta il piede del giovane lucano che si risente e urla: oh sei sul mio pièdee!! L”asiatica non si cura, anzi fa premura, e permane sull’arto del giovane sempre più spazientito e sempre più appiccicato e “appiccicato” al passeggero retrostante. A sua volta reso adesivo all’altro retrostante appoggiato alla colonna d’appoggio. A Barberini l’asiatica, solennemente ed evidentemente impermalosita, lancia un calcio mentre scende allo stinco del lucano, il quale ha il tempo di ricambiare con una pedata ammezzata, e urlare qualcosa che non è opportuno e gradevole scrivere qui. Intanto il racconto d’amore all’amica sta finendo s’impone la scelta: scendiamo qui o scendiamo là. Chissà.
Una signora minuta e bionda sale con fare discreto e quasi nobile, che in metropolitana non è proprio da tutte le ore. Occhiata d’intesa subliminale: “Guardi noi romani siamo ormai rassegnati a tutto. Da secoli”.
Amen.
Fabrizio Binacchi
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