Chiudendo in anticipo la tregua che ha dato tempo a Confindustria di scegliere il nuovo leader, i Sindacati metalmeccanici hanno trovato una posizione unitaria che mancava da anni, proclamando uno sciopero nazionale per la prossima settimana che in verità lascia indifferenti partiti e Governo. Un tempo sarebbe stata una tragedia. Ora, il rischio è opposto: a Renzi manca solo il pretesto finale, per dimostrare che degli intermediari non sa che farsene.
Ma, al di là delle schermaglie, i problemi di questo conflitto sono reali e profondi e riguardano, come tante cose in questo Paese, il conflitto tra il passato e il futuro.
Solo apparentemente il problema sembra essere quello del ruolo dei contratti aziendali e di quello nazionale. Quest’ultimo è difeso strenuamente dai Sindacati centrali, dando l’impressione che lo considerino la loro stessa ragion d’essere, ma obiettivamente un quadro generale di riferimento è giusto che ci sia. Solo che non può diventare un feticcio o un ritorno agli scontri sulle “gabbie salariali”. Può essere semplicemente la garanzia e il riferimento generale. A lungo andare diventa un falso problema, perché una soluzione è già nei fatti. Sarebbe un errore concentrare lo sciopero sul fatto che Federmeccanica ha detto che a livello nazionale non c’è letteralmente una lira (salvo forse per quel 5% di lavoratori che sono addirittura sotto i minimi). Non si può dimenticare che, negli ultimi tre anni, senza un contratto, sono maturati ugualmente aumenti (+74,68 euro) semplicemente fingendo che ci fossero stati incrementi di inflazione poi non verificatisi. E infatti accade che nel settore, dall’ultimo rinnovo nel 2009, i salari siano cresciuti del 6,5% mentre la ricchezza prodotta è calata del 18 per cento.
La proposta degli industriali, condivisa da tutti i candidati, non si ferma però a questo niet e ha aperto uno spazio enorme di ragionamento su temi che davvero dovrebbero far parte di una moderna concezione delle relazioni. Deviazioni, come quella che hanno fatto i chimici, pensando entrambe le parti al proprio particulare, hanno lasciato strascichi e giudizi negativi persino sulla presidenza Squinzi.
E’ ora di applicare criteri nuovi e diversi, e nella proposta di Federmeccanica ci sono effettivamente forti novità nell’ambito del welfare, che suscitano l’invidia di altre categorie dei lavoratori. Si parla di azzerare i contributi dei lavoratori al fondo sanitario di categoria, con versamenti di 156 euro, e di 91 euro per la previdenza complementare sempre a carico delle aziende.
Ma soprattutto, si vorrebbe spostare il tiro su quello che è il grande problema dell’economia italiana: il suo gap in termini di produttività. Negli ultimi 15 anni il costo del lavoro per unità di prodotto è aumentato di 30 punti rispetto alla Germania.
Per incidere su questo, Federmeccanica mette sul piatto 260 euro come riferimento minimo, legati però a reddittività, produttività, welfare e formazione. Quattro parole che non sono parolacce, ma inviti a discutere. Felice il Paese in cui i tavoli si aprono per parlare di un tema come la produttività in termini comuni a imprese e lavoratori.
Ci sarebbe allora spazio per porre questioni che stanno a cuore dei sindacati nazionali: revisione delle categorie (10 sono troppe e frammentano le retribuzioni), incrementi della previdenza complementare pensionistica e sanitaria, magari anche – come chiede Fiom – chiamando lo Stato a garantire i Fondi complementari negli investimenti a sostegno dell’economia reale e del credito.
Uscendo dal recinto dei trofei salariali da esibire, parti sociali moderne debbono coraggiosamente saper partecipare alla modernizzazione reale del Paese.
Lo strappo 2012 di Marchionne, uno contro tutti, che ha mandato al diavolo le prudenze di Confindustria e ha condannato i grandi sindacati a perdere di fronte ai loro stessi iscritti, ha lasciato una scia di veleni, ma ha obbligato tutti a ragionare in termini nuovi.
La soluzione peggiore sarebbe quella di riaprire la Sala Verde di Palazzo Chigi, perché ogni volta che, alla fine, qualcuno ha spento la luce, c’era un conto da far pagare ai contribuenti.

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