Le votazioni del 4 marzo hanno messo a nudo la malattia dell’Italia, ma non hanno indicato alcuna cura. Il Paese non ha bisogno di infermieri improvvisati ma di diagnostici provetti e di terapia adeguata. Forse di un intervento chirurgico. Perciò occorre depurarlo da due infezioni gravi: la “smemoria” e la pretesa di alcuni movimenti e micropartiti di giudicare la moralità degli altri. In questa domenica delle Palme a chi usa sentenziucole per bloccare l’elezione di cittadini integerrimi a cariche dello Stato ricordiamo la parola di Cristo: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra!”. Decenni orsono l’Italia fece i conti con gli opposti estremismi. Fanatici si massacrarono e inchiodarono l’Italia con le loro lugubri faide, lontane anni luce non dall’odierna ma già da quella Italia, che non reagì per insipienza e per viltà di chi doveva farlo subito. Ora dobbiamo fronteggiare nuovi opposti fanatismi. Urge un nuovo Piano Rinascita, il ritorno a meritocrazia vera e a gerarchia.
Vi è un’unica cura: cultura. L’Italia deve ripartire dall’opera di un paio di ministeri suoi propri. Politica estera, militare ed economica sono da tempo cedute a Superpoteri (Nato, Unione Europea,…). Ci rimangono scienza, arte, educazione, istruzione. Se vogliamo, abbiamo ancora, sembra poco?, l’ “idea di Italia”.
Il settarismo strozza l’Europa dei lumi. Dilaga il fanatismo di chi si proclama nemico delle sette ma porta in processione i nomi degli “eretici”. Nell’ impossibilità di bruciarli vivi i fanatici vogliono cancellarli dalla memoria. L’estremismo imperversante intimidisce e zittisce ogni dissenso. Così la cultura muore. La cultura è coscienza della storia. Essa affonda radici nel classico “Sunt lacrimae rerum”: la storia è un susseguirsi di tragedie. Grandezza e decadenza. Nulla di nuovo sotto il sole. Lo insegnano da millenni l’ Ecclesiaste e lo hanno ripetuto i classici del pensiero greco-romano, escisso dal Trattato dell’Unione Europea, una pappolata filosoficamente inconsistente. La storia non dà torto né ragione a nessuno, non assolve e non condanna. Cerca di spiegare. Documenta e lascia che ciascuno valuti da sé. E’ “comprensiva”. Ma oggi, purtroppo, in alcuni paesi imperversano “leggi della memoria” che spazzano via monumenti e lapidi. Pretendono che il passato non sia stato. Infantilismo perpetuo, preteso ritorno a un paradiso terrestre, mieloso e falso, dal quale (se mai ci fu) gli uomini vennero cacciati e del quale non si sente alcun bisogno. L’urgenza è fare i conti con la storia, giorno dopo giorno: con ogni sua componente. Anziché cancellare, occorre ricordare, anche le pagine più scomode. Conoscere è tutt’uno con ri-conoscere, ripercorrere il cammino, individuare le svolte di un processo che è avanzato a tratti discontinui. Illudersi di eliminare il passato per decreto o con leggi contro il negazionismo o il revisionismo equivale a cementare la bocca di un vulcano. Compressa, la lava cerca una nuova imprevedibile via di uscita.
In Italia la sua nativa Livorno non rende omaggio alla memoria di Carlo Azeglio Ciampi. Lo si può apprezzare o meno, è però indiscutibile che ha avuto un ruolo nella grande storia. Ha riproposto il Tricolore e il Canto Nazionale a concittadini annebbiati. Ricordarlo con l’intitolazione di un sito pubblico è il minimo che un paese civile debba fare per guardarsi allo specchio. Altrettanto, e con decenni di colpevole ritardo va fatto con Giovanni Gentile. La sua Enciclopedia Italiana è sempre alle spalle dei pupazzi ripresi nei telegiornali. Dietro le loro facce stinte quasi mai manca la sua Opera, il massimo monumento culturale del Novecento. I pupazzi passano. L’ Enciclopedia no.
Ma l’Italia non è sola in questa gara a nascondere la propria storia. Tra i molti, un caso dovrebbe dare la sveglia. In Francia un apposito Alto comitato delle commemorazioni nazionali (scopiazzato anche da noi con esiti modestissimi) sotto le ali del ministero della cultura propose per il 2018 un centinaio di fatti e di persone meritevoli di rivisitazione, compreso Charles Maurras, biografato da Olivier Dard. In previsione fu stampato un bel volume di trecento pagine. Sennonché il ministro Françoise Nyssen, affascinante come un’antenna televisiva su una bicocca del suo nativo Belgio, ha posto il veto, cancellando d’arbitrio la sua rievocazione. Dieci dei dodici componenti del Comitato si sono dimessi per protesta. Storici illustri, ex ministri, personalità dalla schiena diritta, hanno ricordato che commemorare non significa celebrare: vuol dire ri-conoscere.
Ma chi era Maurras da meritare il rogo dell’oblio 150 anni dalla sua nascita? Nato a Martigues, in Provenza, sotto il segno dell’Ariete (20 aprile 1868), perse la fede nel collegio ecclesiastico al quale lo aveva avviato la famiglia piccolo-borghese. Trasferitosi a Parigi, vi conobbe Anatole France e altri spiriti inquieti. Visse dieci anni di scritti giornalistici e letterari, con un piede nel positivismo e l’altro nell’utopia anarchica, sino a “Il Cammino del Paradiso”(1894). L’affaire Dreyfus mise a nudo la Francia vera: clericali bigotti, socialisti e ugonotti. I massoni stavano a guardare. Un po’ erano al governo, altri all’opposizione. Dreyfus, come noto, fu il primo ebreo ufficiale di stato maggiore. Accusato di tradimento, venne condannato, degradato e deportato in orrido “bagno penale”. Il processo a suo carico scosse la Francia e l’intera Europa. Emerse che la Francia non era affatto unita. Era composta di quattro pilastri uno contro l’altro armato mentre “Marianne” doveva farei i conti con la Germania per riprendersi Alsazia e Lorena. Il principale difensore di Dreyfus fu Emile Zola (ebreo, non massone) con il celebre “J’accuse”, che denunciò le incongruenze delle imputazioni.
Il turbine trascinò con sé anche Maurras. Reduce da un viaggio in Grecia da inviato speciale per i primi Giochi Olimpici moderni schizzò sull’altro lato della barricata. Si schierò per la restaurazione della monarchia. Usò toni massimalistici. Fondò il quotidiano “Action Française”, ultranazionalista e germanofobo. Più clericale dei preti, attizzò l’odio contro ebrei e massoni. Alternò opere letterariamente stupende (come “Gli amanti di Venezia”) ad articoli virulenti. Nel dopoguerra si schierò a favore del fascismo in Italia, di Salazar in Portogallo e di tutti i movimenti reazionari. Germanofobo, non apprezzò affatto l’austro-tedesco Hitler, populista e nazionalsocialista, estremista di sinistra anziché restauratore del Sacro Romano Impero.
Nell’Europa attanagliata tra bolscevismo e nazismo Maurras interpretò una parte considerevole della cultura francese. Condannato solennemente da Pio XI, continuò la sua battaglia. Il 9 giugno 1938 fu eletto nell’Accademia di Francia, tempio degli Immortali. Sostenitore del regime di Vichy, presieduto dal maresciallo Philippe Pétain, alzò il volume delle sue aggressioni contro ebrei, massoni e “meteci”, alternando pamphlets ( La sola Francia, Per un risveglio francese…) a opere di alto lirismo, incluso il saggio su uno dei suoi ispiratori perenni: Mistral.
Imprigionato dopo la liberazione, sfuggì alla sanguinosa epurazione e fu condannato all’ergastolo. L’Accademia, però, non lo radiò. Ne lasciò vuoto il seggio. Graziato nel 1951 morì a Tours il 16 novembre 1952. L’Europa stava sperimentando le prime forme di “comunità, da quella del carbone e dell’acciaio alla ricerca scientifica (Euratom). La Comunità per la difesa morì in culla. Il seguito è noto. Oggi i movimenti “anti” divampano dall’Europa orientale alla Francia stessa.
La Ministra francese Françoise Nyssen epura la Francia dal ricordo di Maurras, imbarazzante per faziosità. “Figlia d’arte”, provata dalla tragica morte del figlio, coltiva antroposofia e steinerismo. E’ un caso paradigmatico di quanto avviene in Europa, Italia compresa. I settari accusano gli “altri” di complotto. Anche l’Italia rigurgita di guru che si impancano a dare lezioni di moralità e di democrazia diretta senza averne alcun titolo. I loro movimenti e partiti sono in conflitto aperto con la Costituzione. Avrebbe dovuto dirlo Giorgio Napolitano nel retorico discorso inaugurale della XVIII legislatura. Ma anche per lui arriverà il giudizio della Storia. Anzi in molti Paesi (come l’Ungheria) già c’è.
L’Italia odierna vive sotto due incubi: la pretesa di alcuni neo-giacobini di sentenziare sull’altrui moralità privata e pubblica. E’ il caso della sig.na Rosy Bindi che vorrebbe affidare alla Commissione antimafia l’epurazione preventiva dei candidati a cariche pubbliche. Si aggiungono i “Cinque stelle” che vogliono escluderne chi abbia subito una condanna qualunque. Il moralismo è la fossa della moralità. Questa è l’Italia. Dà la parola agli assassini materiali di Aldo Moro come fossero oracoli di verità e di vita e scredita i vertici della Polizia di Stato.
Urge un’immersione nella Storia per uscire a riveder le stelle: non quella dei Brigatisti, ma lo Stellone d’Italia, memoria e senso dello Stato, dal Padre della Patria a Sergio Mattarella. Dopo la festa delle Palme inizia la Settimana Santa. Forse per i “casi della storia” essa coincide con la ricerca di un governo che lasci da parte i visceri e riprenda in mano la testa della Medusa: la Storia, la coscienza nazionale. Questa non dipende da Bruxelles. Dipende da noi. Da Roma, la Roma degli Italiani.
Aldo A. Mola

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