
Questa volta, alle minacce di Trump di aumentare del 10 per cento i dazi contro i Paesi che ostacolano la sua volontà di acquistare la Groenlandia, l’Europa sembra finalmente intenzionata a rispondere per le rime, predisponendo controdazi per 93 miliardi.
In questo quadro fanno pena – e danno il senso del disastro politico – la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e l’improbabile presidente della NATO, Mark Rutte.
Entrambi si sono affrettati a telefonare alla Casa Bianca proprio mentre l’Unione Europea stava preparando una risposta dura sul piano economico.
Poi Meloni ha tenuto una conferenza stampa esibendo un volto preoccupato e un sorriso nervoso, dichiarando di aver detto a Trump che stava commettendo un errore.
Una presa di distanza più simbolica che sostanziale, priva di qualunque conseguenza politica concreta.
La verità è che gli Stati Uniti fanno sul serio e che la loro politica apertamente antieuropea non è affatto un fatto transitorio.
Dopo ottant’anni ci troviamo davanti a una presidenza americana che, all’interno, pratica una repressione senza precedenti contro i migranti, in violazione dei più elementari diritti umani, e che all’esterno mostra un volto imperialista, considerando l’Europa un freno e quindi un peso per la propria politica di aggressione, in Venezuela come in Groenlandia.
Finora la reazione dell’Unione Europea è stata una reazione di dipendenza dagli Stati Uniti: ha accettato i dazi, ha fatto propria l’imposizione di aumentare le spese militari – che, in assenza di una difesa europea, favoriscono l’industria americana – non ha preso posizione ufficiale contro la violazione del diritto internazionale in Venezuela, non ha reagito nemmeno agli attacchi contro la NATO, ormai apertamente considerata un peso da Trump e dal suo staff.
È stata una posizione di dipendenza, voluta e rivendicata anche da Meloni – ricordate la sua dichiarata ambizione di fare da “ponte” tra le due sponde dell’Atlantico –, che ha indebolito l’Europa e le ha arrecato un danno enorme, economico e politico, in termini di autorevolezza internazionale.
A sostenere questa linea sono stati in primo luogo la presidente della Commissione europea, l’Italia e la Germania.
Ora a sostenere una posizione diversa sembrano essere Francia e Spagna. Riuscirà questa linea a reggere nei prossimi giorni o verrà ancora una volta ridimensionata e svuotata?
Quello che è certo è che prima l’Europa prenderà atto del cambiamento storico delle politiche americane, meglio sarà per il suo futuro.
Altrettanto evidente è che Meloni si muove ormai in modo visibilmente ridicolo: smussa i contrasti, parla di problemi di “interpretazione”, e finisce per essere la più trumpiana tra i leader europei.
Non meno ridicole sono le posizioni di chi continua a sproloquiare di “valori occidentali” e ad alzare il vessillo dell’atlantismo.
Peccato che queste allucinazioni politiche non si trovino solo a destra – che in Trump vede un’assicurazione sulla propria sopravvivenza – ma anche nell’opposizione e persino in settori della sinistra.
Spesso questa sudditanza verso gli Stati Uniti è accompagnata da un bellicismo pericoloso sulla guerra in Ucraina e da una indulgenza intollerabile verso il genocidio dei palestinesi a Gaza e la colonizzazione dei loro territori.
Abbiamo bisogno di una sinistra che rielabori una politica internazionale all’altezza del tempo che stiamo vivendo, perché su questi temi si decidono le sorti dei partiti, il futuro dei Paesi europei e il destino stesso dell’Europa.
Enrico Rossi

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