
Dopo un avvio in profondo rosso per Piazza Affari, con il Ftse Mib a -1,25% e 34.216 punti, le perdite si sono ampliate (-6,55% a 32.380 punti). I titoli sono tutti in ribasso. Il peggiore del listino è Prysmian a -10,44%. Male le banche, con Unicredit a -9,65% e Intesa a -9%. A sprofondare anche le Europee: a Francoforte il Dax cede l’8,30%. Il Cac 40 di Parigi segna -6,52% e il Ftse 100 di Londra -5,41%.
Giorgia Meloni persevera la sua visione politica miope tendente a sganciare l’Italia dall’Unione Europea senza tenere conto delle dichiarazioni del ministro Tajani e del ministro Giorgetti. Alla vigilia della nuova missione americana, sembrerebbe che nel governo Meloni ci siano divergenze su tante questioni delicate.
Il solco creato con l’Unione Europea e con la Francia in particolare si sta sempre più ampliando. Infatti, Giorgia Meloni, in vista del Suo incomprensibile viaggio a Washington ha detto: “Come al solito i francesi alimentano divisioni e pensano solo ai loro interessi”. Un solco che si allargherà ulteriormente a metà mese anche sulla delicata questione dei dazi.
Non c’è nulla di ufficiale ma sembra ormai fissato per il 16 aprile l’appuntamento della premier con il presidente statunitense a Washington, alla vigilia del viaggio che il vicepresidente Vance farà in Italia.
Pochi giorni fa il Financial Times ha dato voce alle critiche di numerosi ambasciatori europei contro l’Italia, che potrebbe bloccare l’adozione dello “Strumento di coercizione” da parte della Commissione europea contro gli Stati Uniti, una sorta di bazooka giuridico articolato e molto duro, potenzialmente, ma in primo luogo più flessibile dei meri contro-dazi, che a sua volta la Ue potrebbe adottare come risposta agli americani.
Dal governo Meloni rispondono così: “Primo, non è vero, secondo è solo uno spin dell’ambasciatore francese”.
Il Commissario europeo al Commercio Maros Sefcovic, ha già iniziato un primo confronto con i suoi omologhi americani, al termine del quale, nel Palazzo della Commissione, di fronte ad alcuni colleghi, ha detto una cosa molto chiara: “In questo momento chi ha il telefono di Trump, chi ha rapporti personali fra i leader, è meglio che li usi”. Una chiara affermazione di fragilità dell’Ue.
Basterebbe questo per dire che il viaggio di Meloni ha la benedizione di Ursula von der Leyen (che recentemente ha visto aumentare il suo stipendio attorno a 40 mila euro mensili), e sarebbe addirittura stimolato dai vertici della Commissione, anche perché tutti a Bruxelles si rendono conto che a Washington c’è una sola persona che dà le carte, per usare il linguaggio del presidente americano. Ma il solco fra Palazzo Chigi e l’Eliseo si registra anche sul merito di alcune ricostruzioni.
Sotto traccia gli Stati membri dell’Ue si dividono anche sul progetto di investimenti nella Difesa. Qualche giorno fa è stato solo l’ambasciatore francese a opporsi affinché i fondi dello strumento Safe (150 miliardi) vadano anche alla Gran Bretagna.
Nel governo italiano dicono: “Eravamo tutti d’accordo”. Però Leonardo produce anche in Uk e negli Stati Uniti. Anche i polacchi hanno dinamiche industriali simili a quelle italiane. Inoltre, sembra che i francesi oltre ad argomenti di principio, abbiano meri interessi commerciali e chiederebbero prima a Londra di firmare gli accordi sulla pesca nelle isole della Manica.
Il ministro Guido Crosetto, alcuni giorni fa, ha detto: “Alla fine sembra di capire che uno dei problemi è che da una parte abbiamo un uomo che può firmare in un giorno 100 decreti esecutivi e dall’altra abbiamo decine di attori che concorrono a prendere una decisione”. Notando la fragilità dell’Ue, Crosetto non manifesta l’esigenza di superare gli handicap esistenti.
Donald Trump torna a difendere i dazi, ma il rischio di una guerra commerciale globale apre una prima crepa nella sua amministrazione. Alla mezzanotte di ieri sono entrate in vigore le tariffe aggiuntive del 10% imposte su gran parte dei prodotti che gli Stati Uniti importano dal resto del mondo, uno shock per gli scambi che si prevede si intensificherà nei prossimi giorni, quando dovrebbero partire anche quelle più elevate sulle merci provenienti da 57 partner commerciali degli Usa.
Con quali argomenti Giorgia Meloni affronterà Donald Trump che è fermamente convinto che la sua «rivoluzione economica» darà risultati enormi per gli americani ed afferma: “Vinceremo. Resistete, non sarà facile, ma il risultato finale sarà storico”. Poi il tycoon assicura gli americani che le sue politiche stanno “riportando posti di lavoro e aziende come mai prima”. Anche se sarà tutto da vedere, senza escludere il contrario, viste le reazioni negative di questi giorni nelle borse di tutto il mondo.
In realtà, l’ostinazione nel proseguire la politica dei dazi potrebbe portare al primo addio eccellente del suo gabinetto. Il segretario al Tesoro Scott Bessent, secondo le fonti di Msnbc, starebbe pensando di dimettersi dopo il disastroso annuncio del “Liberation Day” che ha danneggiato la sua credibilità.
Secondo la conduttrice della rete tv, Stephanie Ruhle: “Bessent sta cercando una via di fuga per provare ad arrivare alla Fed, perché gli ultimi giorni stanno davvero danneggiando la sua credibilità e la sua storia sui mercati. Il segretario al Tesoro, che ha costruito una fortuna gestendo enormi hedge fund, non riesce a digerire la matematica assurda delle tariffe di Trump, definita da alcuni critici una comprensione da asilo nido del commercio internazionale. Inoltre, il comandante in capo non sta ascoltando Bessent, l’uomo strano nella sua cerchia ristretta”.
Anche all’interno del Partito Repubblicano aumentano le preoccupazioni. Il monito più duro arriva dal senatore del Texas Ted Cruz, che mette in guardia contro un potenziale bagno di sangue per il Grand Old Party nelle elezioni di Midterm del 2026 se i dazi causassero una recessione negli Usa. Cruz nel suo podcast prevede poi un destino terribile per la più grande economia del mondo se scoppiasse una vera e propria guerra commerciale e i dazi, così come qualsiasi misura di ritorsione sui beni statunitensi, rimanessero in vigore a lungo termine. D’altronde, per diversi analisti poiché i dazi sono un tipo di tassazione, il piano del tycoon è tra i maggiori aumenti fiscali degli ultimi decenni per gli Stati Uniti.
Douglas Holtz-Eakin, economista conservatore che ha lavorato per l’ex presidente George W. Bush, ha detto: “Penso sempre che con il gioco d’azzardo, almeno hai una possibilità di vincere. Questo è peggio di così. È come scommettere con la mafia. Perderai”.
I membri Gop a Capitol Hill stanno cercando di portare avanti una legislazione che garantirebbe tasse più basse per individui e aziende, ma c’è una speranza sempre minore tra i conservatori che quei tagli possano compensare la resistenza creata dalle tariffe doganali. Persino alcuni alleati del presidente come Stephen Moore, il suo ex consigliere economico, lo hanno implorato di portare avanti più tagli fiscali e meno tariffe. La Casa Bianca continua a sostenere che i dazi non sono tasse per i cittadini, ma piuttosto per le aziende straniere che dovranno abbassare i prezzi per mantenere l’accesso al mercato Usa. Al contrario, gli economisti hanno costantemente ripetuto che aumentano i prezzi per i consumatori e le aziende nazionali, compresi i produttori che importano materiali per trasformarli in prodotti finali.
L’economista Patrizio Bianchi, ex ministro dell’Istruzione nel governo Draghi, ha commentato: “È il momento delle grandi visioni, non quello di andare a piatire da soli condizioni migliori. I dazi di Trump possono essere uno stimolo. Se l’Europa saprà sviluppare una politica comune, con investimenti forti e mirati, potrà rafforzarsi e uscire dalla dipendenza dell’economia americana. Il famoso Liberation Day proclamato dal presidente Usa potrebbe essere doppio: il loro e il nostro”.
Riguardo alla struttura economica dell’Italia, Il professor Bianchi osserva: “Rispetto ad altri Paesi abbiamo un’economia più complessa e diversificata. Non volendo o non potendo crescere di dimensione, abbiamo scelto di puntare sul segmento del lusso e della qualità, che hanno un alto valore aggiunto e sono meno sensibili all’aumento dei prezzi. In ogni caso dobbiamo sostenere le piccole imprese, che devono poter operare in territori molto strutturati. E bisogna investire in ricerca e formazione, le vere chiavi di svolta”.
I dazi potrebbero favorire la ricerca di nuove rotte commerciali. In tal senso, secondo Patrizio Bianchi, l’Italia dovrebbe agire così: “Intanto dobbiamo vendere di più in Europa. Poi bisogna puntare su Canada, Messico e Asia: tutte quelle aree che avevano come riferimento gli Stati Uniti. Sono operazioni complesse e serve una struttura operativa europea, ma si possono fare”.
La proposta del ministro Giorgetti di valutare la possibilità di sospendere il patto di stabilità Ue per fare fronte ai dazi per l’economista Bianchi non è una buona idea: “No, l’Europa deve trovare le soluzioni possibili, tenendo conto di tutti gli obblighi. Serve un piano dagli orizzonti larghi”.
La sensazione è che ci vorrà tempo per capire dove stiamo effettivamente dirigendoci nel mondo. I dazi annunciati dal presidente americano Donald Trump con tanto di tabella in mondovisione hanno confermato le paure della vigilia. Numeri difficili da comprendere, perché forse non c’è niente in fondo da analizzare sotto di essi. Solo una giustificazione massmediatica e poco fondata del perché le altre economie mondiali debbano pagare di più per esportare sul mercato americano. Ma l’Europa tutto può permettersi, fuorché salire in cattedra e alzare il dito da maestrina di turno. La questione non è quel dazio medio del 39% che l’Ue imporrebbe sulle merci americane bensì l’allegra manipolazione del cambio di tutti questi anni.
Al di là delle furbesche manipolazioni finanziarie e speculazioni sui mercati finanziari e su quelli valutari, oggi bisogna prendere atto che il capitalismo è in profonda crisi e vorrebbe continuare a mantenere il potere con governi autoritari ed oppressivi della libertà, con guerre localizzate a tempo indeterminato.
Però, come scrisse Bertrand Russell, bisogna ricordare che “l’orgoglio del potere è una follia da scolaretti”. Una follia che finisce per far pagare sempre un prezzo incommensurabile all’umanità.
La risposta politica seria non è il balbettio dettato dalle logiche del capitalismo, bensì quella per una democrazia economica. E’ questa la via maestra da seguire per la nuova rivoluzione democratica di un socialismo liberale.
Salvatore Rondello

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