
All’inizio del terzo millennio, l’Europa rappresentava il 25% del PIL mondiale e assorbiva il 50% delle risorse sociali, nonostante una popolazione già significativamente ridotta rispetto agli inizi del secolo precedente. Oggi, pur restando il nostro mercato uno dei più ricchi e ambiti del pianeta, il PIL europeo a parte i dazi di Trump è drammaticamente crollato al 10%, mentre il welfare è in caduta libera. Il ceto medio, un tempo simbolo di stabilità, non esiste più nella sua forma originaria, e deve ora convivere con un’immigrazione crescente. Questa immigrazione è alimentata da guerre, cambiamenti climatici e gravi difficoltà economiche nei rispettivi Paesi di origine, e il fenomeno è destinato ad aumentare. Paradossalmente, la presenza di nuovi arrivati è anche necessaria per compensare una natalità che, nel nostro continente, è ormai al di sotto del livello indispensabile per garantire pensioni e un minimo di assistenza sanitaria. Oggi, infatti, questi due pilastri della società europea sono ridotti ai minimi storici rispetto agli anni immediatamente precedenti al 2000. Anche se i numeri possono variare leggermente, il quadro generale è chiaro. Non serve addentrarsi in dettagli minuziosi: se, ad esempio, si ha il colesterolo alto, non è fondamentale distinguere tra valori di 210, 220 o 240. L’importante è agire, riducendo il consumo di grassi e alcolici. Allo stesso modo, per l’Europa non è essenziale perdersi in tecnicismi, bensì affrontare il problema in modo deciso e concreto. Tuttavia, ci sono sempre coloro che, armati di competenze tecniche ineccepibili, preferiscono disquisire tra pochi eletti, distaccandosi dal contesto generale e lasciando irrisolte le vere questioni. Il nodo è questo: se l’Europa non serra le fila e non supera il blocco psicologico che l’ha immobilizzata dopo l’introduzione dell’euro, continuerà a emettere sentenze piuttosto che leggi, alimentando il declino del PIL e del welfare. Le premesse dell’attuale classe dirigente europea non sembrano promettere bene: sono passati dieci mesi dalle ultime elezioni e il Governo Continentale a parte il ReArm che ci impoverirà ulteriormente sembra ancora indeciso sul da farsi, più preoccupato di dove sedersi e se lo stipendio è arrivato rispetto al dare risposte concrete. Intanto, le rivalità tra Stati continuano, con l’Europa impegnata a “rompere le scatole” ora a un Paese, ora all’altro. Un tempo, Germania e Francia rappresentavano i pilastri dell’economia europea. Noi, insieme al Regno Unito, ci contendevamo il terzo posto. Oggi, però, la situazione è cambiata: l’Inghilterra si è tirata fuori da tempo, e Germania e Francia non sembrano più essere i fari di un tempo. E l’Italia? Dipende dai punti di vista: in prospettiva, il potenziale c’è, ma nella realtà attuale il quadro non è affatto roseo.
Può sembrare un pensiero contorto, ma rispecchia bene il linguaggio burocratico che affligge il nostro continente da quando, all’inizio del terzo millennio, è stato travolto da uno shock di cui non si è ancora ripreso.
Angelo Santoro

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