
La riunione del consiglio dei ministri n.166, con la marcia indietro su alcune tasse, le decisioni sulle politiche energetiche, che rilanciano il carbone, e i dati sulla crisi dell’industria, abbandonata a se stessa, sono la testimonianza di un paese che sta andando alla deriva, privo di un governo autorevole e capace di intervenire.
Il decreto fiscale approvato dal Consiglio dei ministri ha una caratteristica rivelatrice: nasce non per costruire qualcosa di nuovo, ma per correggere errori già commessi. Il caso più emblematico è quello della tassazione sui pacchi extra-Ue, con la quale, si era detto, si voleva colpire i grandi operatori cinesi dell’e-commerce con un contributo nazionale sulle spedizioni; e in questo modo recuperare gettito, difendere il commercio italiano.
I nostri governanti, nella smania di voler imitare Trump con i dazi, si erano dimenticati che la materia del commercio estero è delegata alla Unione Europea e che muoversi da soli avrebbe significato rischiare una procedura di infrazione o, peggio, spingere i corrieri internazionali a scegliere Rotterdam o Amburgo invece di Trieste o Genova. La norma è stata sospesa fino a luglio, in attesa di un allineamento con le direttive europee.
Indietro tutta camerati!
Analoga la vicenda dei dividendi. La stretta fiscale contenuta nell’ultima legge di bilancio aveva colpito le holding italiane. Ora il decreto ha reintrodotto l’esenzione al 95% sulle plusvalenze. Una retromarcia rapida come quella sull’ iperammortamento tutta orientata per rispondere alle richieste immediate delle imprese.
Si naviga a vista per non perdere il consenso.
Il secondo segnale viene dal fronte energetico e riguarda scelte di lungo periodo che condizioneranno l’economia italiana per anni. La Commissione Attività produttive della Camera ha approvato un emendamento che sposta al 31 dicembre 2038 il termine per l’uscita definitiva dal carbone. Dodici anni di proroga per centrali che coprono meno dell’uno per cento del fabbisogno elettrico nazionale, circa 2 terawattora su 311 nel 2025. Sono quattto gli impianti ancora attivi, a Brindisi, Civitavecchia, Fiumesanto e Portovesme, gestiti quasi interamente da Enel, vecchi, costosi e tra i più inquinanti della catena produttiva elettrica.
Il conflitto in Medio Oriente ha fornito la copertura politica per questa decisione scellerata. Si finanziano con denaro pubblico strutture che producono pochissimo, inquinano molto e dipendono da carbone importato per il novanta per cento dall’estero, con gli Stati Uniti in cima alla lista dei fornitori. Il paradosso è che questa mossa viene presentata come risposta alla crisi energetica e alla necessità di autonomia, quando in realtà rafforza esattamente la dipendenza che si vorrebbe ridurre.
Nel frattempo, le rinnovabili restano ferme. L’Italia è l’unico paese europeo a spingere per l’abolizione degli ETS, il meccanismo comunitario che spinge verso la riduzione delle emissioni. Ogni passo di questo governo va nella direzione opposta alla transizione, con una coerenza tutta ideologica.
Il terzo fronte è quello industriale, e porta il nome di Adolfo Urso. Nonostante le critiche che arrivano da ogni direzione, Urso è sopravvissuto alla prima tornata di avvicendamenti seguita alla sconfitta al referendum costituzionale sulla giustizia.
I numeri fanno paura: la produzione industriale è in calo da tre anni consecutivi; le ore di cassa integrazione sono aumentate di cinquanta milioni tra il 2024 e il 2025; i tavoli di crisi sono raddoppiati, dai 49 di due anni fa agli oltre 103 attuali, con 131.000 lavoratori coinvolti. I settori più colpiti -automotive, chimica, moda, componentistica- sono quelli su cui un governo serio dovrebbe avere una politica industriale di cui invece Urso non conosce neppure il significato della parola.
Anche la moda, presentata come fiore all’occhiello del Made in Italy, è al centro di inchieste della Procura di Milano per pratiche di subappalto con manodopera in condizioni di sfruttamento. E nel frattempo, dall’insediamento del governo, 255 aziende metalmeccaniche italiane sono state cedute a proprietà straniere.
Ciò che accumuna questi tre episodi -che ho ricavato dalla lettura de il manifesto di oggi e da notizie online- è il fatto che sono simboli di un Paese senza bussola.
In questa fase storica ci sarebbe bisogno di scelte nette, e invece questo governo si limita a fare rattoppi fiscali, proroghe ambientali e a non avere politiche industriali.
Tutto questo conferma la mia opinione che Meloni “anatra zoppa” procurerà danni enormi al Paese, più di quanto non abbia già fatto, e che impegnarsi per mandarla a casa è fare semplicemente l’interesse nazionale.
Enrico Rossi

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