
Il governo che prometteva di abolire la Fornero prepara un’altra fregatura ai pensionati. Il Post, giornale on-line, spiega il meccanismo: ridurre la rivalutazione di molte pensioni e creare un fondo per consentire a pochi lavoratori di uscire prima.
La manovra colpirebbe gli assegni sopra 2.447 euro lordi mensili. La percentuale ridotta si applicherebbe a tutta la pensione, anziché solo alla parte oltre le soglie. Con 3.500 euro lordi e un’inflazione ipotizzata al 3,4%, si perderebbero circa 650 euro lordi annui rispetto alle regole attuali. E la perdita resta: gli aumenti futuri partono da una base più bassa.
Nel triennio si risparmierebbero circa 2,65 miliardi netti; 2,55 miliardi andrebbero al fondo per le uscite dal lavoro. Il collegamento non è esplicito, ma le cifre quasi coincidono. Salvini potrà sventolare un’altra “quota”: nell’ipotesi della Lega, 64 anni e 36 di contributi, con ricalcolo contributivo e assegno generalmente più basso. Secondo Durigon, 60mila potenziali beneficiari. Le regole sono ancora da definire; la propaganda è già pronta.
Ma anche pensioni più basse possono perdere potere d’acquisto nonostante la rivalutazione piena. Il governo non ha introdotto l’adeguamento automatico all’inflazione delle soglie e delle detrazioni fiscali.
Esempio: 1.000 euro lordi, rivalutati del 3%, diventano 1.030. Considerando solo l’Irpef nazionale e la detrazione ordinaria, senza altri redditi, il netto passa da circa 898 a 919 euro: il 2,36% in più. Per recuperare il rincaro dei prezzi dovrebbe arrivare a 925. Mancano circa 75 euro l’anno su tredici mensilità.
Il pensionato non è diventato più ricco: è diventata più cara la vita. Ma il fisco riduce la detrazione e si prende una fetta del recupero.
Ecco la difesa delle pensioni secondo Meloni e Salvini: far pagare ai pensionati la pubblicità del governo, mentre sugli assegni più bassi il fisco può mangiarsi parte degli aumenti.
La campagna elettorale passa, la pensione impoverita rimane. E pretendono pure un applauso.
Enrico Rossi


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