
L’islamismo politico ha compreso una cosa fondamentale: per conquistare influenza in Occidente non è più necessario combatterne le istituzioni, quando è possibile utilizzare le stesse regole democratiche per entrarvi e condizionarne le decisioni. La strategia di alcune organizzazioni islamiste non punta più soltanto allo scontro frontale, ma a una progressiva penetrazione politica, economica e sociale attraverso associazioni, finanziamenti, rappresentanza elettorale e rapporti istituzionali. L’obiettivo è trasformare il peso religioso in potere politico e, dove possibile, trasferire i principi confessionali all’interno della legislazione civile.
Per comprendere la portata del fenomeno occorre partire dal rapporto tra religione e Stato. Le democrazie occidentali hanno conquistato la propria laicità attraverso un lungo processo storico che ha progressivamente separato l’autorità religiosa da quella civile. Nell’Islam, invece, esiste una tradizione giuridica che attribuisce alle fonti religiose un ruolo diretto nell’organizzazione della società e dello Stato. Il Corano e la Sunna costituiscono il fondamento della sharia, le cui interpretazioni variano considerevolmente. In Arabia Saudita il Corano e la Sunna sono espressamente riconosciuti come costituzione del regno, mentre in Egitto i principi della sharia rappresentano la principale fonte legislativa. Non è il modello adottato da tutti i paesi musulmani, ma costituisce un riferimento concreto per i movimenti che rivendicano la superiorità della legge religiosa su quella civile.
Il nodo politico emerge quando queste concezioni entrano in rapporto con le democrazie occidentali. Un’organizzazione che considera la legge religiosa superiore alla Costituzione può partecipare legittimamente alla vita democratica, ma entra in conflitto con i suoi principi fondamentali nel momento in cui pretende di trasformare quella convinzione in un vincolo giuridico per tutti i cittadini.
È soprattutto guardando alle seconde e terze generazioni che la questione assume una prospettiva di lungo periodo. Cittadini musulmani nati, cresciuti e formati in Europa entreranno sempre più naturalmente nelle istituzioni, nei partiti e nei parlamenti, come avviene per qualsiasi altra componente della società. Il problema non è la loro presenza, pienamente legittima, ma l’eventualità che alcuni esponenti, legati a progetti islamisti, considerino il Corano e la legge religiosa superiori alle carte costituzionali degli Stati che rappresentano.
Qui si trova il rischio che merita attenzione. Per un movimento che persegue consapevolmente la trasformazione confessionale dello Stato, conquistare rappresentanza e influenza politica può costituire un obiettivo programmato. Per le istituzioni occidentali, invece, il pericolo è liquidare qualsiasi interrogativo sul rapporto tra fede e autorità civile come una manifestazione di intolleranza. Una democrazia deve garantire a tutti il diritto di partecipare alla politica, ma deve anche saper riconoscere la differenza tra una convinzione religiosa personale e un progetto che intenda imporla attraverso la legislazione.
La questione delle moschee europee si inserisce in questo quadro. La richiesta di nuovi luoghi di culto è una conseguenza legittima della crescita delle comunità musulmane. Il problema cambia quando determinate organizzazioni religiose vengono finanziate da governi stranieri o utilizzate come strumenti di influenza politica. La Germania ha affrontato il caso dei rapporti tra DITIB e l’autorità religiosa turca Diyanet, promuovendo la formazione interna degli imam per ridurre la dipendenza da Ankara. Un intervento che dimostra quanto la libertà religiosa e la tutela dell’autonomia istituzionale debbano procedere insieme.
Anche Israele offre un esempio interessante. Ra’am, partito arabo di matrice islamista guidato da Mansour Abbas, ha scelto la partecipazione parlamentare e nel 2021 ha sostenuto la coalizione di governo. La formazione ha successivamente annunciato un percorso verso una maggiore autonomia dalle proprie strutture religiose e un’identità politica più civica. Non è una prova di un progetto per imporre la legge islamica, ma dimostra come una formazione nata in un ambiente confessionale possa acquisire peso politico attraverso le istituzioni democratiche. La questione decisiva rimane stabilire quali principi costituzionali essa riconosca come vincolanti.
Alla dimensione istituzionale si aggiunge quella demografica. L’aumento della popolazione musulmana non corrisponde automaticamente a una crescita dell’islamismo politico, ma offre alle organizzazioni capaci di mobilitare consenso nuove opportunità di rappresentanza. Il rischio emerge quando determinate strutture pretendono di rappresentare intere comunità e di trasformarne il peso sociale in richieste politiche che entrano in contrasto con la laicità e l’uguaglianza davanti alla legge.
L’8 ottobre 2026 il Parlamento europeo ha affrontato espressamente il problema dell’entrismo islamista e dell’influenza delle reti legate ai Fratelli Musulmani, richiamando l’attenzione sui finanziamenti opachi, sulle relazioni istituzionali e sui meccanismi attraverso i quali alcune organizzazioni cercano legittimazione politica. La questione, quindi, non appartiene soltanto al dibattito ideologico, ma è entrata nell’agenda delle istituzioni europee.
Rimane infine la contraddizione della reciprocità. Mentre in Occidente le comunità musulmane possono costruire luoghi di culto, organizzarsi e partecipare alla vita politica, in alcuni Stati islamici le altre confessioni non dispongono delle medesime libertà. In Arabia Saudita, per esempio, il culto pubblico non islamico è vietato e non è consentita la costruzione di chiese. Esistono paesi a maggioranza musulmana con ordinamenti differenti, ma questa disparità solleva un problema concreto di libertà religiosa e di rapporti tra Stati.
Il principio di reciprocità non giustifica restrizioni ai diritti dei musulmani occidentali, che sono cittadini tutelati dalle stesse leggi di tutti gli altri. Impone però di interrogarsi sulla coerenza di quei governi che rivendicano libertà per le proprie comunità all’estero senza riconoscerle pienamente alle minoranze religiose presenti sul proprio territorio.
La vera questione non è dunque stabilire quale religione possa entrare nella vita pubblica, ma impedire che una qualsiasi autorità confessionale pretenda di collocarsi sopra la Costituzione. Il pluralismo garantisce la convivenza di convinzioni differenti, non la possibilità di sostituire il primato della legge civile con quello di un testo sacro.
L’Occidente ha impiegato secoli per costruire ordinamenti nei quali la libertà individuale non dipende dall’appartenenza religiosa. Una democrazia sufficientemente solida deve poter accogliere cittadini di ogni fede senza rinunciare alla propria struttura costituzionale. Il rischio non nasce dall’ingresso di un musulmano in Parlamento, ma dall’eventuale ingresso di un progetto politico che intenda subordinare le leggi dello Stato a un’autorità religiosa. È una differenza che merita di essere compresa prima che il conflitto si presenti nelle istituzioni, anziché essere affrontata soltanto quando le libertà fondamentali vengono messe concretamente in discussione.
Piero Terracina


Lo sguardo oltre il getto della pipì
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