
Il Senato ha approvato con 113 voti favorevoli e 71 contrari la nuova legge elettorale voluta dalla destra. Il testo dovrà tornare alla Camera, perché a Palazzo Madama sono state introdotte modifiche. Dunque, la partita non è conclusa.
C’è una domanda che viene prima dei singoli articoli: perché una maggioranza che si proclama ogni giorno forte e sicura del consenso degli italiani sente il bisogno di cambiare le regole con cui dovrà essere giudicata?
La risposta è chiara: Meloni teme di perdere. Teme che un centrosinistra unito possa diventare un’alternativa credibile e perciò, invece di misurarsi sui risultati del governo che non ci sono, cerca un vantaggio nella modifica del sistema elettorale.
Naturalmente nessuna legge può assicurare alla destra la vittoria. Ma il tentativo politico rimane: cambiare le condizioni della competizione perché si teme il giudizio degli elettori.
Vengono eliminati i collegi uninominali, nei quali l’unità delle opposizioni potrebbe pesare, e si introduce un premio di 70 deputati e 35 senatori alla lista o coalizione che arriva prima e raggiunge la soglia del 42% in entrambe le Camere. Per le nuove formazioni non rappresentate in Parlamento si richiedono addirittura 6.000 firme per collegio, mentre diversi partiti già insediati godono dell’esenzione.
Dentro questa operazione c’è anche l’inganno delle preferenze.
Meloni sostiene di restituire agli italiani la scelta dei parlamentari, ma il primo candidato di ogni lista resta bloccato: se la lista conquista un seggio, entra prima lui, indipendentemente dalle preferenze raccolte dagli altri. Soltanto sui sei candidati successivi sarà possibile esprimere fino a tre scelte. Ma con i capilista bloccati e con il listino destinato al premio di maggioranza i cittadini scelgono ben poco e i deputati restano in grande parte nominati dalle segreterie dei partiti.
Non basta permettere di segnare qualche nome sulla scheda per proclamare finita la stagione dei nominati, quando si conservano tante posizioni protette.
C’è poi il torto fatto alle donne.
Per i capilista viene meno la garanzia che impedisce a uno stesso genere di superare il 60%. I partiti potranno quindi concentrare gli uomini nelle prime posizioni, quelle che danno precedenza nell’elezione, pur rispettando gli equilibri previsti per il complesso delle candidature. L’alternanza dei nomi e i vincoli sulle preferenze non compensano infatti la perdita di questa tutela.
E particolarmente grave che questo arretramento venga sostenuto dal governo della prima donna presidente del Consiglio.
Ora la battaglia deve continuare alla Camera, con proposte di modifica, iniziative parlamentari e mobilitazione nel Paese: per togliere i capilista bloccati, garantire pari opportunità alle donne e impedire che la raccolta delle firme diventi una barriera sproporzionata contro chi vuole partecipare.
Se la maggioranza approverà definitivamente il testo senza correggerlo, resteranno le garanzie costituzionali. Il presidente della Repubblica potrà valutare il testo e nell’esercizio delle proprie prerogative, prima della promulgazione, chiedere alle Camere una nuova deliberazione con un messaggio motivato, come prevede l’articolo 74.
Qualora la legge poi entrasse in vigore, potranno essere promosse azioni giudiziarie a tutela dei diritti elettorali. Sarà un giudice, se riterrà la questione rilevante e non manifestamente infondata, a sottoporla alla Corte costituzionale.
Non possiamo annunciare una bocciatura certa: la Consulta ha già ammesso, entro determinate condizioni, premi di maggioranza e capilista bloccati. Possiamo però sostenere con fermezza che nessuna maggioranza può sottrarre le proprie leggi al controllo di costituzionalità.
Questa riforma è espressione di una concezione proprietaria delle istituzioni: chi governa tratta le regole comuni come uno strumento per conservare il proprio potere.
La risposta deve essere anzitutto politica. Un’opposizione unita, un programma riconoscibile e una battaglia democratica che non deleghi ai giudici ciò che si deve conquistare nel Parlamento e nel Paese.
E infine, se proprio dovremo votare con questa legge truffa sarà un motivo in più per mobilitarci e mandare a casa il governo delle destre.
Enrico Rossi

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