
Donald Trump aveva promesso di riportare l’America a casa. Meno guerre, meno soldi buttati nelle avventure militari all’estero, meno Washington impegnata a spiegare al resto del pianeta come deve vivere. A sette mesi dall’inizio della guerra con l’Iran, gli Stati Uniti sono invece ancora una volta impantanati in Medio Oriente, hanno già speso circa 38 miliardi di dollari e continuano a bruciarne tra i due e i tre ogni mese. Adesso persino la Camera dei Rappresentanti ha deciso che il conto comincia a essere troppo salato: il 15 settembre ha approvato con 220 voti contro 204 una risoluzione che chiede al presidente di ritirare le forze americane dalle ostilità contro l’Iran. Con i democratici hanno votato anche sette repubblicani. Non è ancora la fine della guerra, ma politicamente è un segnale che Trump farebbe male a liquidare con una delle sue solite battute.
Perché il problema non è l’Iran. O almeno, non è soltanto l’Iran. Il regime degli ayatollah rappresenta da decenni una minaccia reale per Israele e per la stabilità del Medio Oriente, ha costruito una rete di proxy, finanziato Hezbollah, Hamas e gli Houthi e utilizzato il terrorismo e la pressione militare come strumenti della propria politica regionale. Nessuno ha bisogno di dipingere Tehran come una vittima innocente per chiedersi quale sia oggi la strategia americana. Dopo mesi di bombardamenti, perdite, miliardi spesi e tensioni energetiche, qualcuno dovrebbe essere in grado di spiegare dove si vuole arrivare. Distruggere definitivamente la capacità militare iraniana? Costringere il regime a trattare? Cambiarlo? Occuparsi della questione nucleare? Perché una cosa è iniziare una guerra, un’altra è sapere come finirla.
Ed è proprio qui che l’America dovrebbe avere memoria. Troppe volte si è autoproclamata sceriffo del mondo, convinta che la superiorità tecnologica, economica e militare fosse sufficiente per imporre anche un risultato politico. Poi, non di rado, sono arrivate sonore e costosissime legnate sui denti. Il Vietnam dovrebbe essere ancora stampato nella memoria di Washington: anni di guerra, un prezzo enorme in vite, denaro e credibilità internazionale, il ritiro americano e infine, nell’aprile 1975, la caduta di Saigon. Il Dipartimento di Stato americano stesso riconosce che il conflitto non raggiunse gli obiettivi per i quali gli Stati Uniti erano entrati in guerra.
Poi è arrivato l’Afghanistan, forse ancora più grottesco nella sua conclusione. Gli Stati Uniti rovesciarono i Talebani nel 2001 e rimasero nel Paese per vent’anni, costruendo eserciti, apparati pubblici, istituzioni e un governo sostenuto dall’Occidente. Quando nel 2021 Washington decise finalmente di andarsene, i Talebani tornarono a Kabul praticamente mentre gli ultimi americani preparavano le valigie. Vent’anni di presenza, oltre duemila miliardi di dollari attribuiti da Brown University alla guerra nell’area Afghanistan Pakistan, migliaia di morti e alla fine al potere è tornato il movimento che era stato cacciato nel 2001. Non è pacifismo. È aritmetica. Prima di iniziare una guerra sarebbe utile chiedersi non soltanto se si è abbastanza forti per combatterla, ma se esiste una soluzione politica capace di sopravvivere alla fine dei bombardamenti.
Trump avrebbe dovuto conoscere questa lezione meglio di chiunque altro, perché su quella critica aveva costruito una parte importante della propria fortuna politica. Per anni ha deriso i presidenti che avevano trascinato l’America nelle guerre infinite, ha accusato Washington di spendere all’estero il denaro degli americani e ha trasformato America First nella sintesi perfetta della sua promessa: prima sistemiamo casa nostra. Oggi dovrebbe spiegare come si concili quella promessa con un’altra guerra in Medio Oriente che ha già prosciugato decine di miliardi e sta consumando munizionamenti sofisticati che, secondo il Congressional Budget Office, richiederanno anni per essere ricostituite. Il punto non è che l’America non possa permetterselo. Il punto è chiedersi perché debba farlo, con quale obiettivo e per quanto tempo ancora.
Perché gli Stati Uniti non sono il Paese perfetto che Trump racconta nei comizi. Sono una potenza enorme con problemi enormi. Hanno un debito federale gigantesco, infrastrutture che richiedono investimenti, una sanità costosissima, un mercato immobiliare diventato proibitivo per una parte crescente della popolazione, tensioni sociali, problemi di immigrazione e una classe media che da anni vede aumentare il costo della vita. Problemi strutturali che non hanno bisogno dell’ennesimo presidente convinto di poterli nascondere dietro il rumore di un bombardiere. Hanno bisogno di pragmatismo, amministrazione, continuità e soprattutto buon senso.
Ed è forse proprio qui il limite più evidente di Trump. Ogni dossier sembra trasformarsi inevitabilmente in uno scontro. I partner commerciali diventano avversari, gli alleati vengono trattati come clienti morosi, i dazi diventano una clava, le trattative assumono il tono dell’ultimatum e la politica estera viene ridotta troppo spesso a una questione di forza personale: io minaccio, dunque ottengo. È una formula che funziona magnificamente nei titoli dei giornali e nei comizi. Molto meno quando deve fare i conti con la complessità del mondo reale.
La guerra con l’Iran sta facendo emergere proprio questo limite. Gli Stati Uniti possono colpire quasi qualunque obiettivo sul pianeta, ma possedere la forza per distruggere qualcosa non garantisce automaticamente la capacità di costruire ciò che viene dopo. È la lezione che l’America ha pagato in Vietnam, Iraq e Afghanistan e che ogni nuova amministrazione sembra convinta di poter ignorare perché questa volta, naturalmente, dovrebbe essere diverso.
Ora però arrivano le elezioni di midterm e improvvisamente la guerra diventa un problema anche per chi fino a ieri preferiva non discuterne. Sette repubblicani hanno già votato insieme ai democratici per chiedere la fine delle ostilità non autorizzate contro l’Iran. Sono pochi rispetto all’intero gruppo parlamentare, ma sono più dei quattro repubblicani che avevano sostenuto una precedente risoluzione analoga a luglio. È una crepa, non ancora una rivolta, ma a Washington le crepe diventano improvvisamente interessanti quando mancano poche settimane alle urne.
Il punto politico delle midterm sta tutto qui. Trump aveva promesso di interrompere il ciclo delle guerre americane e di occuparsi finalmente degli americani. Arriva invece all’appuntamento elettorale con un’altra guerra aperta, decine di miliardi già bruciati, scorte militari sotto pressione e la necessità di spiegare perché una presidenza nata sotto la bandiera dell’America First abbia finito ancora una volta per mettere l’America al centro di un conflitto mediorientale.
Forse è questo che una parte del Paese sta iniziando a chiedersi. Non se gli Stati Uniti siano ancora abbastanza potenti da fare lo sceriffo del mondo. Lo sono. La domanda è molto più scomoda: dopo Vietnam, Iraq e Afghanistan, quante altre costosissime lezioni servono prima di capire che essere la nazione più armata del pianeta non obbliga a comportarsi come se ogni problema del pianeta dovesse essere risolto da Washington?
Trump aveva promesso di rompere con quella storia. Oggi rischia invece di diventarne soltanto l’ennesimo capitol.
Piero Terracina

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