
Giorgia Meloni tira dritto. Superato il trauma politico del referendum sulla separazione delle carriere e rafforzata dal risultato delle elezioni amministrative, la presidente del Consiglio ha deciso di accelerare sulla nuova legge elettorale trasformandola nel vero asse strategico della seconda parte della legislatura. La discussione alla Camera si sta rapidamente trasformando in uno scontro politico frontale tra maggioranza e opposizioni. Il centrodestra vuole chiudere rapidamente il dossier, puntando a una approvazione entro l’estate per poi passare il testo al Senato in autunno. Le opposizioni invece insorgono, accusando il governo di voler piegare le regole democratiche a un interesse di parte e contestando soprattutto il premio di maggioranza, l’eliminazione dei collegi uninominali e il ritorno di fatto delle liste bloccate. Ma la sensazione che si respira nei palazzi romani è che Meloni abbia ormai scelto la linea della velocità e della forza politica, convinta che questo sia il momento migliore per intervenire sulle regole del gioco approfittando della debolezza strategica del campo largo.
Il nuovo sistema, ribattezzato ironicamente da alcuni osservatori “Melonellum” o “Stabilicum”, nasce con un obiettivo dichiarato: garantire governabilità e stabilità. Ma dietro la giustificazione istituzionale si muove evidentemente anche un calcolo politico molto preciso. Il centrodestra sa che con l’attuale Rosatellum il peso dei collegi uninominali potrebbe diventare più insidioso in presenza di coalizioni territorialmente competitive. Non a caso il Pd accusa apertamente la maggioranza di voler eliminare i collegi proprio perché teme che il centrosinistra possa conquistarli nelle prossime politiche. Le opposizioni denunciano inoltre il rischio di un premio di maggioranza eccessivo, capace di assegnare oltre il 60% dei seggi anche a coalizioni con un consenso reale molto inferiore. Alcuni costituzionalisti parlano già di possibili profili di incostituzionalità, mentre oltre cento giuristi hanno firmato appelli critici contro il testo. Ma Meloni sembra poco impressionata dalle proteste. La premier ragiona politicamente, non accademicamente. E oggi vede davanti a sé un’opposizione ancora frammentata, senza leadership condivisa e soprattutto senza una proposta organica alternativa di governo.
In realtà la nuova legge elettorale rappresenta molto più di una semplice riforma tecnica. È il tentativo di ridefinire l’intero equilibrio politico italiano dei prossimi anni. Eliminare i collegi uninominali significa ridurre il peso delle dinamiche territoriali e rafforzare la centralità delle leadership nazionali e delle coalizioni strutturate. È un modello che guarda chiaramente alla personalizzazione della politica e alla costruzione di maggioranze più stabili attorno alla figura del premier. Non a caso il progetto prevede anche una indicazione esplicita del candidato alla Presidenza del Consiglio nel simbolo o nel programma di coalizione. Una impostazione che ricorda, per certi versi, alcune vecchie tentazioni maggioritarie della Seconda Repubblica, ma che oggi viene riproposta dentro uno scenario completamente diverso: crisi della rappresentanza, frammentazione delle opposizioni, astensionismo crescente e forte personalizzazione del consenso. Meloni sa bene che il suo principale vantaggio politico oggi non è soltanto il consenso personale. È l’assenza di una alternativa credibile e unitaria dall’altra parte del campo.
Per questo la premier accelera. La sensazione sempre più diffusa è che Palazzo Chigi stia lavorando non soltanto per arrivare a fine legislatura, ma per prepararsi eventualmente anche a una finestra elettorale anticipata qualora il quadro politico restasse favorevole. Il “cantiere” aperto con Confindustria, il tentativo di consolidare il rapporto con il mondo produttivo e la volontà di blindare rapidamente la legge elettorale sembrano tasselli di una stessa strategia politica. Meloni punta a presentarsi agli italiani come garante della stabilità mentre il campo largo continua a discutere di leadership, programmi e alleanze. Le opposizioni protestano, denunciano forzature e parlano di “regole scritte da soli”. Ma la verità è che oggi il centrodestra percepisce di avere il vento politico ancora a favore. E quando una maggioranza sente di avere consenso e avversari disorientati, raramente sceglie di rallentare. Anzi. Generalmente accelera. Ed è esattamente ciò che Giorgia Meloni sta facendo in queste settimane.
Cesare Mannucci

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