
La vicenda della scalata mancata di Monte dei Paschi a Mediobanca sta rivelando livelli di complessità che travalicano il perimetro dell’alta finanza e lambiscono la politica, la vigilanza di mercato e la gestione degli asset pubblici. Ciò che emerge dagli atti della procura di Milano non è soltanto un’operazione industriale finita male, ma la possibile esistenza di un disegno coordinato – o quantomeno convergente – tra segmenti del potere economico privato e soggetti istituzionali. Un intreccio che ha portato l’opposizione a chiedere spiegazioni immediate in Parlamento e che continua a sollevare interrogativi sulla reale governance delle partecipazioni statali.
Il nodo originario: la vendita accelerata del 15% di Mps
Tutto ruota intorno al collocamento accelerato (Abb) attraverso cui, nel novembre precedente, il Ministero dell’Economia ha deciso di cedere il 15% del capitale del Monte. Una quota rilevante, frutto del salvataggio pubblico e dunque “sensibile” non solo dal punto di vista finanziario ma anche da quello politico.
La scelta del bookrunner, Banca Akros, è stata il primo elemento a insospettire gli inquirenti. Si tratta di un intermediario che non aveva, storicamente, un track record minimamente comparabile con quello delle grandi banche d’affari internazionali che in passato avevano gestito operazioni analoghe del Mef. Perché dunque affidarsi a un soggetto di dimensioni più ridotte e meno esperto per una manovra da oltre un miliardo?
Secondo la tesi della procura, l’opzione sarebbe stata funzionale a mantenere un controllo ravvicinato sul collocamento, garantendo un percorso preferenziale agli investitori successivamente risultati protagonisti dell’intera operazione: Delfin, il gruppo Caltagirone, Bpm e Anima. Un asse privato che già da mesi osservava con attenzione gli equilibri interni di Mediobanca e il suo storico ruolo in Generali.
La “fase due”: il vero obiettivo sarebbe stato Generali
Una delle rivelazioni più significative delle carte dell’inchiesta riguarda la presunta strategia dei vertici di Mps, e in particolare dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio. Secondo quanto ricostruito dai magistrati, l’interesse verso Mediobanca non sarebbe stato fine a sé stesso, ma funzionale a un obiettivo più ampio: acquisire un’influenza determinante su Generali.
In una serie di conversazioni captate, Lovaglio avrebbe rassicurato Caltagirone sul fatto che la compagnia assicurativa triestina rappresentasse da sempre il traguardo finale, mentre la comunicazione pubblica aveva dipinto un quadro diverso: un Monte impegnato in una manovra industriale di consolidamento, non in una partita di controllo sugli equilibri del risparmio gestito italiano.
Se confermata, questa discrepanza aprirebbe una falla significativa nella trasparenza del mercato, mostrando un piano coordinato e silenzioso per spostare pesi strategici dentro Generali mentre la piazza finanziaria era distratta dalla dimensione tattica dell’Ops su Mediobanca.
Le ombre sul Mef e il ruolo della politica
Parallelamente, dagli atti emerge un coinvolgimento indiretto del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Non un ruolo operativo, ma un interesse informale verso l’esito degli equilibri assembleari di Mediobanca, al punto – secondo quanto riferito da Lovaglio – da intervenire per sollecitare un investitore estero che non aveva sostenuto l’operazione.
Si tratta di un passaggio ancora tutto da verificare, ma che alimenta una percezione di incertezza: quanto il Mef abbia agito come arbitro neutrale della partita e quanto invece come parte interessata. Un interrogativo che diventa ancora più delicato se si considera che proprio il dicastero guidato da Giorgetti aveva firmato la scelta del bookrunner per l’Abb.
La figura del direttore generale del Mef, Francesco Soro, aggiunge un altro tassello critico: nella relazione ufficiale inviata alla Consob, avrebbe negato i contatti con gli investitori coinvolti nell’Abb, nonostante le evidenze investigative indichino il contrario. Un cortocircuito istituzionale che avrà inevitabili ripercussioni politiche.
Il fronte politico: la richiesta di chiarimenti
Il clima, nel frattempo, si è fatto incandescente. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha parlato apertamente di “ruolo opaco del governo”, sottolineando come l’esecutivo abbia dimostrato attenzione e disponibilità verso alcune cordate considerate vicine. Giuseppe Conte è andato oltre, accusando la premier Meloni di non rispondere da mesi a interrogazioni parlamentari sul risiko bancario che coinvolge anche l’operazione UniCredit–Bpm, ora sotto infrazione europea.
Entrambi sollevano questioni politiche che non possono essere derubricate a schermaglie tra maggioranza e opposizione: il patrimonio pubblico, le privatizzazioni parziali e la governance degli istituti di sistema richiedono criteri di assoluta trasparenza, mentre le carte finora diffuse raccontano un processo gestito in modo ambiguo, con zone d’ombra e interlocuzioni selettive.
Il racconto di UniCredit: un’altra crepa nella narrazione ufficiale
A complicare ulteriormente il quadro c’è la testimonianza dell’ad di UniCredit, Andrea Orcel, che ha raccontato come la banca avesse espresso interesse per la quota del 15% di Mps in vendita, ricevendo però una risposta inaspettata: l’operazione sarebbe stata già chiusa.
Una circostanza anomala, perché gli accelerated bookbuilding, pur nella loro rapidità, prevedono un margine negoziale minimo con più attori, soprattutto quando in gioco c’è una partecipazione pubblica. Se un potenziale acquirente internazionale viene escluso in partenza, inevitabilmente sorge il dubbio che la partita fosse già decisa.
Cosa resta sul tavolo
La vicenda Mediobanca–Mps non è solo un caso giudiziario, né solo un tema politico: è una cartina al tornasole dello stato di salute del capitalismo italiano, dove gli incroci tra potere pubblico e potere privato possono generare distorsioni profonde.
Resta da chiarire:
- se l’Abb sia stato realmente pilotato o soltanto gestito in modo poco prudente,
- se il fine ultimo della manovra fosse Mediobanca o la conquista di posizioni chiave in Generali,
- quale sia stato il ruolo informale di ministri e dirigenti pubblici,
- perché soggetti istituzionali abbiano fornito versioni dei fatti in contrasto con le prime risultanze investigative.
La magistratura procede, ma il costo politico è già evidente: la fiducia nella gestione delle partecipazioni pubbliche è entrata in crisi, e l’impressione di una manovra concertata tra alcuni dei principali protagonisti dell’economia nazionale resta difficile da dissolvere.
In un Paese che ha usato decine di miliardi di risorse pubbliche per salvare le banche, ogni ombra sulla trasparenza diventa un tema di interesse nazionale. E questa volta, più che mai, le ombre sembrano essere molte.
Daniela Piesco

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