
Gli aspetti retorici e simbolici della vicenda Mediobanca-Monte dei Paschi sono per ora persino più rilevanti dei pur notevoli significati economico finanziari del successo della scalata senese all’Olimpo milanese.
Forse perchè ancora molte cose devono accadere, e la più importante tra esse – quella relativa alle Generali – è ancora un enigma, ed è presto per tirare le somme vere di quanto è accaduto in questi mesi.
Ma i fattori storici ed emblematici sono ormai consolidati e fanno una certa impressione.
Stiamo parlando di due mostri sacri della finanza nazionale uno dei quali, per di più il più piccolo, si è mangiato l’altro che protestava che gli azionisti che aderivano all’offerta ci avrebbero rimesso. Non ci hanno creduto, Alberto Nagel, erede molto diverso dei Cuccia e dei Maranghi ha perso, ma rimane l’eco di una specie di anatema su un cattivo affare. Un’ombra che i nuovi azionisti dovranno scacciare.
Stiamo parlando di una delle più antiche Banche di un Paese che le banche le ha inventate sull’asse Genova-Firenze: il Monte dei “pascoli” evoca il profumo di erba tagliata di fresco, di tesori caseari, di colline dolci, ieri povere oggi oggetto del desiderio del mondo intero.
Destino ha voluto che Rocca Salimbeni, occupata a lungo in esclusiva dagli uomini del PCI, obbedendo ad antichi statuti, quasi affondata da mosse azzardate di una stagione senza freni, sia tornata prepotentemente protagonista nell’epoca di un governo di destra, che ne possiede tuttora una quota importante, dopo un salvataggio pubblico avviato da Matteo Renzi e Tommaso Padoa Schioppa costato ai contribuenti 6,3 miliardi, in gran parte però recuperati. Se Giorgetti resisterà alla tentazione di gridare “abbiamo una banca”, l’operazione di mercato avviata darà alla fine risultati impensati.
Quanto a Mediobanca, nata nel primissimo dopoguerra delle grandi speranze come strumento innovativo in un’epoca in cui ancora nelle filiali si faceva tutto a mano, succhiando una matita copiativa, è stata l’invenzione di una classe dirigente illuminista, ispirata e colta, una minoranza liberalsocialista nell’Italia dei nuovi partiti di massa. L’avrebbero rapidamente dominata i cattolici e i comunisti, non i Mattioli, i Cuccia, i Malagodi e i La Malfa, teste pensanti legate alla Comit di Piazza della Scala, oggi Museo e ristorante. Ma Mediobanca avrebbe navigato a lungo e bene in quelle acque tanto diverse.
Oggi, dopo uno scontro durissimo, con in palio il controllo al 35% di quanto restava di Mediobanca molti decenni dopo, si discute addirittura di delisting, perché non solo si è superato il 63%, ma addirittura si prevede un 80% in mano a Siena. L’alternativa è fare diventare Mediobanca un pezzo interno del Monte dei Paschi, e dal punto di vista sentimentale sparire sembra quasi una sorte migliore, consegnando l’istituto alla storia, ed evitando il declassamento del rating ora che ha cambiato pelle. In fondo, è già successo per tanti marchi bancari prestigiosi, conosciuti da intere generazioni di correntisti, piccoli risparmiatori, piccole aziende.
Mediobanca, al suo bel tempo, era invece per pochi, per l’élite del famoso “salotto buono” dei ricchi di un’epoca oggi spazzata via da un finanziere romano, Caltagirone, e dagli eredi di un ex Martinit, Del Vecchio, figlio del Veneto profondo e a quei tempi poverissimo.
Salotto buono che ha fatto quel che voleva per lunghi tratti della Repubblica, gestito autocraticamente da un personaggio mitico come Enrico Cuccia, che riusciva a controllare le Banche pubbliche, democristiane e socialiste, ma al tempo stesso dettar legge ai signori dell’industria privata, che – avendo ripetutamente guai e difficoltà, a cominciare da quelle delle persone alla guida, non tutte all’altezza – sembravano entrare in punta di piedi non in un salotto ma in una classe per scolaretti ripetenti.
Ammantandosi di una leggendaria riservatezza, quello che fu definito il padrone dei padroni, dispensava consigli che erano ordini, talora ricatti, sceglieva manager (uno per tutti: Romiti) che rispondevano più a lui che agli azionisti veri, metteva in riga Ministri e politici. Il tutto senza
arricchirsi personalmente e non facendo mai politica, ma influenzandola profondamente, anche perché i suoi scolaretti all’epoca controllavano i giornali, in particolare il Corriere, e la longa manus arrivava fin lì.
Nella Piazzetta oggi dedicata al suo nome, nascosta dal traffico del centro di Milano, tutti hanno bussato, alcuni anche disperati, a quella porta, per incontri di cui poco si sa, ma che dovevano essere spesso delle gelide lavate di capo, prima dell’accompagnamento di rito all’ascensore.
Il tutto con rigore laico, ma anche con grande cinismo da capitalista antica maniera e talora crudeltà. La distruzione di valore di una delle più grandi aziende italiane, la Ferruzzi – come scrivono Carlo Sama e Alessandra Ferruzzi in un libro recente – fu una scelta senza cuore di un Cuccia in conflitto di interessi.
Ormai, storia passata. A prendere il comando c’è da oggi un manager fino a ieri sconosciuto, Lugi Lovaglio, uscito da una battaglia che non era scontata e facile, ma in cui hanno perso proprio i valori immateriali della vicenda Mediobanca come riservatezza, autorevolezza, pesare le azioni e non solo contarle.
Ora le azioni si contano senza tanta filosofia e serviranno per battaglie ancora da fare, a partire da quella sulle Generali, una istituzione che ha sempre assomigliato allo stile di un Cuccia, nella quale i protagonisti della scalata di Siena entreranno in modo presumibilmente non soft. Vedremo. Ma se tutto questo proseguirà nel rafforzamento di un sistema bancario italiano che ha bisogno di un terzo polo, potranno essere buone notizie, sperando che sia il mercato e non l’appetito del Governo a dettare le mosse giuste.
Beppe Facchetti

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