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Medio Oriente, la guerra è finita?

Applausi e standing ovation alla Knesset per Trump, che si prende il merito del cessate il fuoco a Gaza. Ma se, come dice, “la guerra è finita”, la pace è ancora tutta da costruire. La guerra è finita. Lo ha affermato trionfalmente Donald Trump, intervenendo oggi alla Knesset, il parlamento di Israele, dove ha salutato la fine di un “doloroso incubo” dopo due anni di conflitto. “Dal 7 ottobre fino a questa settimana, Israele è stata una nazione in guerra, che ha dovuto sopportare pesi che solo un popolo orgoglioso e fedele avrebbe potuto sopportare” ha detto Trump in un lungo discorso interrotto a più riprese da applausi scroscianti e standing ovation: “Questa non è solo la fine di una guerra. Questa è la fine dell’era del terrore e della morte e l’inizio di una grande concordia e di un’armonia duratura per Israele e per tutte le nazioni di quella che presto diventerà una regione davvero magnifica.

di Alessia De Luca | 14 Ottobre 2025
U.S. President Donald Trump and Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu hold one another at the Knesset on the day Trump addresses it, amid a U.S.-brokered prisoner-hostage swap and ceasefire deal between Israel and Hamas, in Jerusalem, October 13, 2025. REUTERS/Evelyn Hockstein/Pool TPX IMAGES OF THE DAY

La guerra è finita. Lo ha affermato trionfalmente Donald Trump, intervenendo oggi alla Knesset, il parlamento di Israele, dove ha salutato la fine di un “doloroso incubo” dopo due anni di conflitto. “Dal 7 ottobre fino a questa settimana, Israele è stata una nazione in guerra, che ha dovuto sopportare pesi che solo un popolo orgoglioso e fedele avrebbe potuto sopportare” ha detto Trump in un lungo discorso interrotto a più riprese da applausi scroscianti e standing ovation: “Questa non è solo la fine di una guerra. Questa è la fine dell’era del terrore e della morte e l’inizio di una grande concordia e di un’armonia duratura per Israele e per tutte le nazioni di quella che presto diventerà una regione davvero magnifica. Ne sono fermamente convinto. Questa è l’alba storica di un nuovo Medio Oriente”. La giornata era cominciata con il rilascio, come da accordi, dei 20 ostaggi israeliani ancora vivi e in mano ai gruppi armati palestinesi. Negli ultimi 24 mesi, i loro volti erano diventati il manifesto del trauma che l’attacco del 7 ottobre 2023 ha inflitto all’intera società israeliana. Nelle stesse ore, gli autobus che trasportavano i prigionieri palestinesi parte dello scambio concordato tra Israele e Hamas arrivavano ​​a Ramallah, nella Cisgiordania occupata. Da entrambe le parti ci sono stati momenti di rara gioia e speranza per un Medio Oriente devastato dal conflitto. Altrettanto significativo è il fatto che il cessate il fuoco porterà sollievo agli oltre 2 milioni di abitanti di Gaza, costretti a subire bombardamenti quotidiani, sfollamenti di massa e carestia diffusa. Secondo il ministero della Salute del territorio, dall’inizio della guerra sono più di 67mila i palestinesi uccisi, la maggior parte dei quali civili.https://www.facebook.com/plugins/video.php?height=628&href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Freel%2F4312716425665647%2F&show_text=false&width=1120&t=0

Trump e Bibi, amici come prima?

Il discorso di Trump alla Knesset è stato preceduto da quello del premier Benjamin Netanyahu, che ha definito il presidente Usa “il più grande amico che Israele abbia mai avuto”. ll leader israeliano ha affermato che il nome di Trump sarà “inciso nella storia dell’umanità” per il suo ruolo nel promuovere l’accordo di cessate il fuoco che ha consentito di riportare a casa gli ostaggi. “Nessun presidente americano ha mai fatto di più per lo Stato di Israele”, ha affermato il primo ministro, ribadendo che “nessun presidente ha mai avuto il coraggio di Donald Trump”. Il premier israeliano ha anche ringraziato Trump per aver riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele durante il suo primo mandato; di aver mediato gli Accordi di Abramo grazie ai quali Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco hanno instaurato relazioni diplomatiche complete con Israele; e di sostenere i “diritti” di Israele nella Cisgiordania occupata. Archiviati, almeno in apparenza, gli attriti di cui aveva dato conto parte della stampa internazionale nei giorni scorsi, Trump ha elogiato la leadership di Netanyahu, rivolgendosi a lui sempre con l’affettuoso soprannome di ‘Bibi’: “Sei molto popolare perché sai come vincere” ha detto. I due leader sono apparsi più allineati che mai e pronti a spalleggiarsi l’uno con l’altro, al punto che nel suo intervento il presidente Usa si è rivolto al presidente Isaac Herzog, seduto accanto a lui sul palco, dicendo: “Ho un’idea, signor Presidente, perché non gli concede la grazia?”, riferendosi ai presunti regali illeciti menzionati in una delle accuse per frode e corruzione. Ha poi aggiunto: “Sigari e champagne, a chi diavolo importa?”.

Da Tel Aviv a Sharm El Sheikh?

Dopo aver terminato, in notevole ritardo, il suo intervento al parlamento israeliano, Trump è ripartito alla volta dell’Egitto, dove Sharm El Sheikh fa da sfondo a un vertice internazionale e la cerimonia ufficiale di firma della prima fase del suo piano per Gaza. L’incontro, organizzato dal presidente Abdel Fattah al Sissi, punta a “porre fine alla guerra nella Striscia di Gaza, intensificare gli sforzi per raggiungere la pace e la stabilità in Medio Oriente e inaugurare una nuova era di sicurezza e stabilità regionale”. Tra i presenti ci sono numerosi leader arabi, il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, il primo ministro britannico, Keir Starmer, la presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e il presidente francese, Emmanuel Macron. Assenti, paradossalmente, le delegazioni di Israele e Hamas, che non invieranno rappresentanti. In agenda i tanti punti che l’accordo di cessate il fuoco e scambio dei prigionieri mediato da Trump lascia in sospeso. Come la futura governance di Gaza, considerato il ‘no’ israeliano alla possibilità di un ruolo per l’Autorità Nazionale Palestinese di Mahmoud Abbas nella Striscia. O il disarmo di Hamas e il futuro status della Cisgiordania, completamente ignorata dal piano. Il tutto mentre, nella Striscia, bande armate si contendono il controllo del territorio e danno la caccia ai collaboratori israeliani.

Il difficile viene ora?

Pur con numerose incognite, Trump ha meritato il plauso internazionale riservatogli per il suo impegno nel porre fine al conflitto. È riuscito, seppur tardivamente, a fare ciò che Joe Biden non era riuscito a fare: esercitare pressione sui due contendenti affinché sospendessero le ostilità. Anche Qatar, Egitto e Turchia hanno giocato un ruolo determinante nel convincere Hamas ad accettare. Ma la parte più difficile arriva adesso: lo scorso marzo, Israele ha violato l’ultima tregua che aveva garantito la liberazione di alcuni ostaggi, poiché Netanyahu e i suoi alleati di estrema destra si erano rifiutati di impegnarsi in alcuna iniziativa per porre fine alla guerra o ritirare le truppe dalla Striscia. Le cose oggi non sono troppo diverse: a differenza della prima fase, che ha riportato a casa gli ostaggi, la seconda non offre a Israele alcun vantaggio tangibile. Inoltre la situazione sul terreno è in un limbo: di fatto, Israele non si è ritirato dalla Striscia e Hamas non ha disarmato. Il rischio è che i punti lasciati in sospeso dalla prima fase dell’accordo riaffiorino all’inizio della seconda, facendola deragliare. Una volta dissipata l’emozione per il ricongiungimento con ostaggi e prigionieri, Trump dovrà continuare ad esercitare il proprio peso se davvero vuol trasformare l’accordo di cessate il fuoco nel più importante risultato in politica estera del suo tumultuoso secondo mandato. Oggi il presidente ha ripetuto più volte che col suo aiuto “la guerra è finita”. Resta da capire se vorrà farsi carico di garantire la pace.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: Netanyahu, ostaggi, ostaggi liberati, parlamento israelinao, Trump

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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