Come classificare gli eventi politici di questi giorni, se non ripetere, finanche forse ad abusarne, che tutto cambia per rimanere tutto tale e quale? Almeno in Italia, e, a parte il tempo storico cambiato, almeno per quanto concerne la storia di questa Seconda Repubblica, che narra di un paese ancora privo d’iniziativa, che vive di risulta, e che quindi in questi anni è dipeso più di tanti altri dagli effetti endemici della crisi internazionale, economica e finanziaria, la più grave dal secondo dopoguerra.
In un’intervista al Corriere della Sera, tra tante cose interessanti, Antonio Ricci dice di Renzi, in maniera assai efficace e sintetica: “Fa molto rumore, ma tanta polvere la butta sotto il tappeto. Abbiamo capito che Renzi è il più sveglio. Ma doveva fare di più … Certo, governare è difficile, e il momento non è propizio in nessun Paese”. Ma, perché Ricci? Essenzialmente, perché il suo tg satirico, Striscia la notizia, annovera oltre 27 anni di trasmissioni, da novembre 1988. Perché riproduce, e com’è naturale interpreta, da 27 anni i fatti della politica. Perché da 27 anni è seguito, tutte le sere, da una gran parte d’italiani, in media 5-6 milioni.
Autorevolissimi protagonisti della storia ci rammentano, anche a distanza di millenni, che la politica è un’arte, e più propriamente l’arte di governare, e che, tra le arti, è forse la più difficile; perché, oltre le capacità o abilità di chi la pratica, i governanti, richiede anche l’accettazione, più o meno consensuale, dei governati. Ovvero, coloro che, almeno a partire dalla democrazia degli antichi greci, non sono altro che il “popolo” (demos). Gli stessi greci, che hanno anche insegnato al mondo intero che la satira è genere narrativo fortemente inviso ai potenti, anzi il più temuto dai medesimi. In tal senso, molto significativo è il quadro narrativo di Eco, tratto da Il nome della rosa, in cui il potente e venerabile Jorge rivolgendosi a Guglielmo lo ammonisce sul danno più grave che ne deriverebbe al creato se gli uomini potessero ridere di Dio. Ed è appunto a tale proposito che il detto Je suis Charlie non narra affatto di comportamenti offensivi, e quindi di malinteso rispetto reciproco; esso rappresenta, viceversa, il dominio della satira, il potere che si erge al di sopra di ogni potere, e quindi ha il diritto sacrosanto di giudicare.
Anche cosa, a esempio, il premier – usando una metafora calcistica, e quindi giocando in difesa – ha detto nell’intervista, in ½ ora di domenica scorsa, a Lucia Annunziata. In particolare, per quanto riportato dal Corriere della Sera, e per quanto qui è detto.
La ministra Guidi “ha fatto una cosa inopportuna, ma le sue dimissioni immediate dimostrano la differenza con i governi precedenti”. E quindi, tanto premesso, dovrebbe concludersi: la “differenza” non riguarda il fare le cose ma il farsi da parte.
Ancora: in generale, per quanto accade nel paese e non in relazione al fatto specifico, quanto alle responsabilità di chi eventualmente “ruba” – dice Renzi -, “si bloccano le opere e non chi ha commesso il reato”. Questi, se così fosse, sarebbero fatti gravissimi lesivi di ogni ordine democratico; laddove, per l’appunto, e in particolare i magistrati venissero eventualmente meno al proprio connaturato obbligo costituzionale.
Inoltre: “… Possono dirmi che non sono capace ma se mi dicono che sono disonesto mi partono i 5 minuti”. Ed è su questo punto, che direi emerge la questione più importante, a cui abbiamo già accennato; e cioè se l’arte di governare meriti un giudizio che sia tecnico, etico o parzialmente entrambe le cose (Per inciso, quanto agli argomenti all’ordine del giorno, sarebbe lo stesso Matteo Renzi a indicare il tipo di giudizio a cui vorrebbe fosse sottoposto: “Quell’emendamento è roba mia Se vogliono interrogarmi sono qui”, titola sempre il giornale. Ma i magistrati inquirenti di Potenza sembra che non vogliano saperne da lui, bensì, oltre alla ministra Guidi, anche dalla ministra Boschi … Ma, rispetto alla questione da noi posta, chiaramente si tratta di altro; che qui pertanto non interessa).
Infine: “Basta parlare di noi, la gente ci chiede di smettere di litigare” (fonte del virgolettato, il Corriere della Sera). Sarà certo così, ma non chiede altresì di smettere di giudicare. E inoltre – a differenza del potere di governare e altrove di giudicare mediante il corpo della magistratura -, vorrei poter dire di ogni individuo: giammai delegare il potere, e quindi il diritto incoercibile, di fare satira.

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