
Ad integrare la geopolitica in nome di Enrico Mattei suggerirei alla Meloni e alla opposizione un precedente storico accertato in cui mi permetterei, sommessamente, di ricordare le parole di un grande servitore dello Stato: Fulvio Martini a capo del SISMI dal 1984 al 1991 e negli anni sessanta quale ufficiale del vecchio Servizio informazioni operative e situazione della Marina (SIOS). In servizio sul Bosforo, era incaricato di controllare i mercantili sovietici che transitavano nel Mediterraneo, in una foto immortalò alcuni pezzi di ricambio di un missile in viaggio per Cuba, consegnando nelle mani degli americani una delle prove che sarebbero servite a incastrare Chrušcëv durante la crisi di Cuba. Martini alla domanda di Giuseppe D’Avanzo giornalista della Repubblica di Eugenio Scalfari, nemici storici di Craxi e del PSI, in un’intervista del 12 ottobre 1995 alla domanda su chi fosse stato per lui, il miglior presidente del Consiglio italiano dal punto di vista del miglior capo dell’intelligence italiana di sempre, la risposta fu: “Per la mia attività, Craxi è stato probabilmente il miglior presidente del Consiglio dei cinque che ho avuto……….. L’ho detto e non rinnego. Con Craxi, i rapporti sono stati più stretti perché quel periodo fu caldissimo. Ricordate, la crisi dell’Achille Lauro con Sigonella e il massacro di Fiumicino? Il governo Craxi faceva sul serio la politica estera e l’intelligence aveva molta importanza per lui, la utilizzava come braccio operativo e il direttore del servizio non poteva che compiacersene. Questo non vuol dire che sono stato un craxiano. Quando Spadolini mi nominò direttore del Sismi, soltanto il giorno della nomina chiese del mio orientamento politico. Gli dissi la verità. Ero un liberale di sinistra o un repubblicano di destra. Socialista, no. Facevo il mio lavoro di professionista. L’ho fatto con trasparenza e correttezza anche con Fanfani, De Mita, Goria e Andreotti“.
Nel 1985-1987 l’Ammiraglio Martini organizzò una sorta di golpe in Tunisia, creando le condizioni affinchè Ben Ali succedesse, come capo di Stato, al vecchio Bourguiba. L’ottantaquattrenne Bourguiba, anche se era stato il vero simbolo della resistenza anticoloniale francese, fu ritenuto non più in grado di governare il proprio Paese per il suo precario stato di salute mentale e per la sua reazione all’integralismo islamico che era stata sproporzionata secondo il nostro Sismi. Inoltre, elemento non secondario, Ben Alì dava maggiori garanzie nel proseguire la politica filo-occidentale del predecessore ed era amico dell’Italia e non della Francia che voleva mantenere ancora il controllo su Tunisi, ma ciò era contro la geopolitica italiana. Nel suo libro: “Nome in codice: Ulisse” del 1999 Martini trattò abbastanza chiaramente di questo importante e strategico “golpe medico” a vantaggio dell’Italia che, nel giro di un paio di anni, contribuì a costruire una successione indolore e che garantì il gasdotto Algeria-Italia dalla probabile instabilità tunisina. “Ebbe qualche problema col suo collega francese, il capo della Dgse? (Direction générale de la sécurité extérieure – il Sismi francese nda) gli chiese in una bella intervista Vincenzo Nigro di Repubblica dell’11 ottobre 1999 in cui Martini ricordava che il capo dei Servizi francesi era il generale René Imbot, un ex capo di stato maggiore dell’esercito a cui spiegò la situazione in Tunisia egli disse che l’Italia voleva risolvere le cose nel modo più morbido possibile,senza attendere che la Tunisia esplodesse. Il vecchio Imbot commise l’errore imperdonabile di trattarlo con arroganza e superficialità come è nell’uso francese dicendogli, a mo’ di un ordine, che gli italiani non dovevano nemmeno avvicinarsi alla Tunisia perché quella era parte dell’impero francese. Ovviamente Martini, toccato sul vivo, disattese totalmente il “consiglio” e gli rispose sul campo procurandogli più di un problema col suo primo ministro Jacques Chirac e col suo Presidente François Mitterrand.
I servizi segreti sono la costola principale di qualsiasi Paese che voglia avere una valida politica estera inserita in una propria visione geopolitica dove difendere e, se possibile, migliorare i propri interessi. A scorrere il libro dell’ammiraglio Fulvio Martini “Nome in codice: Ulisse” si scopre che molti governi italiani non si erano sempre occupati dei Servizi inseriti in un quadro di geopolitica e spesso trascurandoli.
Fra i pochi che se ne occuparono, con un’ottima visione strategica, vi fu il governo Craxi in questo spalleggiato da Giulio Andreotti agli Esteri:
“Fin dagli anni ’70, quando mi occupavo delle attività estere del vecchio Sid, ho sempre guardato all’Africa settentrionale come a una zona di grande importanza strategica per l’Italia. Quando nel 1984 divenni direttore del Sismi, trovai nel governo Craxi pieno appoggio alle mie iniziative. Nell’area avevo alcuni amici e non mi fu difficile consolidare vecchi rapporti e stabilirne di nuovi. Alcune mie mosse non furono sempre di generale gradimento, perché falciavano erba in giardini altrui (leggi francesi), ma nel complesso il Maghreb ci accettò con simpatia e collaborò grandemente alla nostra sicurezza. Ciò mi permise, ad esempio, di allertare in anticipo i nostri organi di Polizia sull’operazione che Abu Nidal stava preparando in Libano contro l’Italia e che dette origine al massacro di Fiumicino.” Così scriveva Martini e quest’operazione serva a chi oggi tenta di ristabilire un ruolo di geopolitica che, purtroppo, manca da 30 anni dall’insediamento dei duri e puri della presunta seconda repubblica.
Raffaele Romano

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