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MASCHERE E MIMOSE

Non ce ne vogliano le nostre “sorelle” di genere, ma ci pare di cogliere una sublime ironia nel fatto che quest’anno la rituale festa delle donne altrimenti detta 8 marzo coincida con le feste dell’ultimo di Carnevale, suggerendo una curiosa sovrapposizione fra chi si maschera per dimenticare se stesso e chi invece manifesta per confondersi nel gruppo, finendo così di fatto per confondersi anche le idee, che già, si sa, sono poche ma oscure in questi tempi da basso impero italico. Questo fatale incrocio di date e ricorrenze, in fondo, era già stato in qualche maniera anticipato, e persino svelato, dalla manifestazione delle donne del 13 marzo scorso, quando una maschera pesante e – almeno ai nostri occhi – visibilissima era stata calata sopra i volti e gli intenti delle manifestanti, tutte frementi sdegno e pronte a difendere con le unghie affilate la dignità femminile, ma poi di fatto tutte schierate – ed anche manipolate – in una trincea politica contro un solo ed unico avversario. Da abbattere a qualunque costo. Ma l’inconsistenza delle motivazioni, reali e presunte, di tale levata di scudi, si è chiarita in seguito, pochi giorni orsono, quando le femministe storiche – ammesso che esistano ancora – e le madri nobili del movimento “Se non ora quando?” si sono irrimediabilmente spaccate, decidendo poi di fare manifestazioni separate per l’8 marzo, su una questione davvero esiziale, ovvero l’utilizzo della mimosa, tradizionale simbolo della festa delle donne, contrapposto a quello del fiocco rosa, adottato invece dalle paladine della morale di stato. Una controversia appassionante, mossa da motivazioni profonde, ispirata da principi e valori fondamentali, che la dice lunga sulla reale consistenza dei due movimenti e ci porta a considerare che, tutto sommato, poiché detestiamo irrimediabilmente tanto l’8 marzo quanto il Carnevale, per quel giorno potremmo serenamente sospendere ogni forma di comunicazione con il mondo senza perdere nulla di importante, ma anzi riportandone quasi sicuramente un immediato vantaggio in termini di stabilità mentale ed equilibrio psicofisico. [segue]

di Chiara Boriosi | 7 Marzo 2011

Non ce ne vogliano le nostre “sorelle” di genere, ma ci pare di cogliere una sublime ironia nel fatto che quest’anno la rituale festa delle donne altrimenti detta 8 marzo coincida con le feste dell’ultimo di Carnevale, suggerendo una curiosa sovrapposizione fra chi si maschera per dimenticare se stesso e chi invece manifesta per confondersi nel gruppo, finendo così di fatto per confondersi anche le idee, che già, si sa, sono poche ma oscure in questi tempi da basso impero italico. Questo fatale incrocio di date e ricorrenze, in fondo, era già stato in qualche maniera anticipato, e persino svelato, dalla manifestazione delle donne del 13 marzo scorso, quando una maschera pesante e – almeno ai nostri occhi – visibilissima era stata calata sopra i volti e gli intenti delle manifestanti, tutte frementi sdegno e pronte a difendere con le unghie affilate la dignità femminile, ma poi di fatto tutte schierate – ed anche manipolate – in una trincea politica contro un solo ed unico avversario. Da abbattere a qualunque costo. Ma l’inconsistenza delle motivazioni, reali e presunte, di tale levata di scudi, si è chiarita in seguito, pochi giorni orsono, quando le femministe storiche – ammesso che esistano ancora – e le madri nobili del movimento “Se non ora quando?” si sono irrimediabilmente spaccate, decidendo poi di fare manifestazioni separate per l’8 marzo, su una questione davvero esiziale, ovvero l’utilizzo della mimosa, tradizionale simbolo della festa delle donne, contrapposto a quello del fiocco rosa, adottato invece dalle paladine della morale di stato. Una controversia appassionante, mossa da motivazioni profonde, ispirata da principi e valori fondamentali, che la dice lunga sulla reale consistenza dei due movimenti e ci porta a considerare che, tutto sommato, poiché detestiamo irrimediabilmente tanto l’8 marzo quanto il Carnevale, per quel giorno potremmo serenamente sospendere ogni forma di comunicazione con il mondo senza perdere nulla di importante, ma anzi riportandone quasi sicuramente un immediato vantaggio in termini di stabilità mentale ed equilibrio psicofisico. Ma per amore di verità, ed anche per completezza di analisi, ci preme sottolineare che la mascherata al femminile è in atto non solo nelle piazze ma anche ai più alti livelli istituzionali che ormai, a dirla tutta, sembrano aver adottato lo spirito carnascialesco come guida delle loro azioni per ogni giorno dell’anno, riservandoci sorprese e scherzi a getto continuo, conditi da chiacchiere vacue, leggere come coriandoli, appunto. Ci riferiamo al provvedimento in discussione e, pare, prossimo all’approvazione in Parlamento riguardo le quote rosa obbligatorie nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa, una sorta di placebo mascherato da rivoluzione epocale e dunque perfettamente in tema con i tempi e le feste in corso. E’vero che tutti i paesi europei stanno affrontando questa ed altre questioni riguardanti l’occupazione femminile, è vero che capofila in tal senso fu a suo tempo la Norvegia che dette il via, con un provvedimento analogo a quello da noi in discussione, ad una rivoluzione sociale e culturale radicale, ma è anche vero che gli amabili Arlecchini di casa nostra si dimenticano di spiegarci qualche fondamentale cosuccia a corollario della loro infaticabile opera di legislatori. Ad esempio che in Norvegia tale operazione ebbe successo perché condotta contemporaneamente a tutti i livelli sociali, non solo al vertice, e che fu basata sul concetto fondamentale di meritocrazia delle pari opportunità che, tradotto in soldoni, significa: non ti scelgo perché sei donna, ma perché riconosco le tue capacità e non permetto che vengano affossate solo perché sei donna, dunque sulla base di un pregiudizio di genere e discriminatorio a prescindere. Ora, un provvedimento singolo, come quello che stiamo per adottare in Italia, atto solo a portare un numero obbligatorio di donne nei consigli di amministrazione, intanto riguarda una elite femminile e dunque pare tutelare solo un ristretto gruppo di donne, che non sono affatto rappresentative della grande maggioranza di loro simili nel nostro paese, ma oltre a ciò, di fatto, non incide minimamente sui problemi dell’occupazione, perché lascia fuori milioni di donne che esercitano altri mestieri e professioni e che continueranno ad essere svantaggiate in un mondo del lavoro costruito, ingessato e soprattutto gestito al maschile, senza che per loro cambi alcunché. Dunque, ci tocca purtroppo sottolineare come una simile iniziativa appaia solo una maschera messa sopra ai problemi molto più grandi che attengono all’endemica questione dell’occupazione femminile in Italia e che sono ancora una volta destinati a restare insoluti, perché nessuno vuole realmente affrontarli con un progetto di ampio respiro, applicabile a tutti i livelli occupazionali e soprattutto realmente capace di agire su pregiudizi, privilegi e ritardi culturali ormai incancreniti nel nostro tessuto sociale, culturale e lavorativo.
E risparmiateci, per carità, la pretestuosa obiezione che le donne insediate nei consigli di amministrazione favoriranno poi l’inserimento e l’ascesa di altre donne: se son capaci di spaccarsi litigando per mimose e fiocchi rosa, su quale solidarietà di genere si potrebbe mai far conto?! Perché a tutt’oggi, purtroppo, Eva contro Eva pare ancora l’unico slogan che unisce, dividendole, le donne. E questa è l’unica riflessione davvero sensata che ci sentiamo di fare, personalmente, per l’8 marzo di quest’anno ma, temiamo, anche di quelli che verranno.

ChiBo

Pubblicato in : L'Angolo di Chi.bo

Info Chiara Boriosi

Chiara Boriosi, umbra di nascita e fiorentina di adozione, laureata in Lettere all’Università di Firenze con il Prof. Giorgio Luti, accanita lettrice, scocciatrice per vocazione, polemica di natura…insomma, Chi.Bo.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Andrea Viero

    12 Marzo 2011 alle 19:01

    Se è consentito a un uomo di intervenire, mi permetterei di notare che l’intelligenza non ha sesso e che quando si fanno tali distinzioni non si fa altro che un brutto servizio alle persone pensanti, siano esse donne oppure uomini…….
    Sono ‘accordo con te, Chiara. Complimenti per questa ironia (vogliamo dire “al femminile”?) della quale oggi, come sempre, avrebbero tanto bisogno sia le donne che gli uomini.

    Rispondi
  2. Chiara

    7 Marzo 2011 alle 10:32

    Errata corrige: la manifestazione del 13 febbraio.

    Rispondi

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